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taccuino di viaggio
Bali, Indonesia: la danza delle scimmie (Kecak)
di Sergio Gigliati E Claudio Tarricone

Bali, l'isola degli dei, la perla nel mare Indonesiano. Si narra che l'isola sia stata creata dagli dei per farne un luogo di ritrovo degno di loro.

Mentre il nostro aereo si avvicina all'isola intravediamo la sagoma del vulcano sacro Agung che si staglia nella parte ad ovest dell'isola a 1.500 m sul livello del mare ed il lago Batur che sembra lambirlo. Dall'alto il panorama toglie il fiato: l'isola è formata da una lunga catena vulcanica che l'attraversa da ovest ad est e nella quale scorgiamo, al di sotto delle foreste, i tipici terrazzamenti e risaie che trasformano i pendii vulcanici, dal suolo fertilissimo, in immensi giardini. Al fianco di Bali, nella parte sud est a pochi chilometri nel mare, l'isola di Nusa Penida manifesta tutto il suo splendore innanzi alla spiaggia di sanur. L'aria è carica di profumi e odori esotici che colpiscono i nostri sensi in maniera irriverente. "Selamat datang" (benvenuto) ci sussurra fuori dall'aeroporto una bambina di non più di 10 anni che con le sue manine congiunte innanzi al volto si inchina offrendoci alcune banane. Il suo innocente sorriso ci colpisce al cuore e ci affascina, come del resto ci incanterà tutta l'isola con i suoi abitanti. Qui tutto è permeato dai credo religiosi; i riti e le feste guidano la gente di Bali accompagnandola per tutta la loro esistenza terrena ed oltre. E' la religione a stabilire il disegno di un tempio, come la planimetria stessa delle case o il disegno di un tempio. Così come la vita sociale e i divertimenti che forniscono alla popolazione una vita di infiniti festeggiamenti. Mentre ci muoviamo in direzione dell'entroterra osserviamo gli originali mercatini di frutta e le bellissime ragazze avvolte nei loro Sarong decorate con fiori e ghirlande. Ci fermiamo nel piccolo villaggio di Sayan per assaporare gli spiedini di pollo e maiale ed il nasi goreng piccante, sorseggiando la onnipresente birra nazionale Bintang. Il dolce suono del Gamelan ( tipico strumento indonesiano) allieta il nostro pasto. Si riparte in direzione di Tampak Siring, dove contiamo di arrivare al più presto. E' qui che contiamo di assistere alla danza del Kecak, meta del nostro viaggio.

In origine il Kecak era un canto, una serie di litanie, un sottofondo musicale che un coro di uomini ripeteva per aiutare la Sangyang (la ragazza prescelta) a cadere in una sorta di trance e mettersi così in contatto con gli dei. Si riteneva, infatti, che la Sangyang fosse in grado di parlare con quest'ultimi e riferire i loro desideri e quelli degli antenati. Attualmente la danza rappresenta e narra la storia d'amore tra il principe Rama e sua moglie Sita, del regno di Ayodia, tratta dai testi sacri Indù.

Diversi episodi della saga sono rappresentati nella danza. Rama e Sita appaiono, amoreggiando nella foresta di Dankaka. Marica, primo ministro di Rawana, innamorato di Sita, si trasforma in cervo d'oro per distogliere Rama dalla moglie. Sita cerca di catturarlo e si lancia al suo inseguimento nella foresta. Marica, facendo perdere le proprie tracce torna da Sita e la rapisce, portandola nel suo regno. Rama cerca di liberare la moglie e si scontra con Meganada, figlio di Rawana, che lo colpisce con una sua freccia trasformata in serpente. Meganada immobilizza Rama legandolo. Il servo di Rama chiede aiuto a Garuda, alleato di Rama, per liberare il proprio padrone. Garuda libera Rama ed uccide con poderosi colpi di becco il serpente. A questo punto entra in scena Sugriwa, il re delle scimmie, con il suo poderoso esercito di primati, in aiuto di Rama. In questa fase della rappresentazione, i danzatori si dividono in due gruppi, rappresentanti il primo l'armata dei demoni che entra in scena con il grido Cek cak, il secondo le scimmie che emettono le loro urla. Lo spettacolo termina con la lotta tra Sugriwa che sconfigge Meganada e Rama che uccide Rawana.

L'atmosfera è incantata. I costumi al di fuori di qualsiasi descrizione. Il sottofondo musicale parte in sordina e si impadronisce dei nostri sensi catapultandoci in una sorta di trance. I suonatori, in disparte, formati da un coro prettamente maschile sembrano sospesi in un'altra dimensione, così come i danzatori che con il loro tipico pareo formato da un tessuto a scacchi bianchi e neri siedono in terra a torso nudo. Non ci accorgiamo neppure del loro muoversi fino a quando inavvertitamente il nostro udito è colpito da un monotono e ripetitivo ke ciak, ke ciak, ke ciak, che ci fa girare verso di loro. Perfettamente sincronizzato, preludio ad un ondeggiare dei corpi, il canto si unisce al movimento alternato delle mani che salgono verso il cielo, schioccando le dita per tenere il tempo.

L'aria è immobile, il tempo sospeso in un eterno attimo, successione di istanti, poi la danza avvolge e permea tutto. Il tempo vola e con esso la rappresentazione prosegue fino al suo epilogo: un balenio di corpi che si agitano in un frenetico abbraccio fino al compimento del dramma, che vede Rama vincitore. Ancora frastornati e incantati dalle sconosciute emozioni che ci hanno rapito, rimaniamo seduti, immobili. Un alito di vento, come il respiro di uno degli dei dell'isola ci riporta alla realtà, rendendoci consapevoli della magia vissuta e di cui siamo stati testimoni volontari. Ci avviamo, ancora inconsci, in direzione del paesino limitrofo dove in una sorta di costruzione ci soffermiamo per assaggiare l'inna viagra, il tipico infuso di ginseng, sandalo e cacao.

Il tramonto ci accoglie sulla strada del ritorno mentre oltrepassiamo alcuni tempietti al lato della strada, omaggio degli isolani agli dei buoni che riescono a scacciare le cattiverie e gli egoismi dalla vita di tutti i giorni.

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