torna a "LaFolla.it" torna alla home page dell'archivio contattaci
cerca nell'archivio




ricerca avanzata


Google



contattaci

ingrandisci o rimpicciolisci il carattere del testo

cinema
"inside man"
di Franco Olearo

USA/ Gran Bretagna 2006
Regia:
Spike Lee
Interpreti: Densel Washington, Clive Owen, Jodie Foster, Christopher Plummer, Willem Dafoe
Sceneggiatura: Russell Gewirtz, Adam Erbacher
Genere:Thiller
Durata: 129'

Wall Street. Quattro uomini, fingendosi addetti delle pulizie, entrano in una filiale centrale della Manhattan Trust e minacciando tutti con fucili mitragliatori, riescono ad asserragliarsi all'interno con 50 ostaggi. Il detective Frazier (Denzel Washington) viene inviato dalla Centrale di Polizia per negoziare con i rapinatori ma c'è qualcosa che non gli torna: gli sembra di aver avviato finte trattative e che il loro capo Dalton (Clive Owen) non abbia alcuna fretta di uscire dalla banca se non ha prima terminato qualche strano lavoretto...

Spike Lee si è quindi deciso a fare un film commerciale, anzi un film di genere, un thriller con tanto di rapina in banca. Non affronta quindi, almeno apparentemente, le tematiche a lui care su conflitti razziali, collusioni fra potere e politica. In realtà, a ben guardare, Spike non si smarrisce e resta se stesso, innanzitutto nel manifestare il suo amore per New York.

La sua è una Manhattan animata da un'incredibile molteplicità di razze: c'è l'ebreo ma anche il sick; il poliziotto russo e l'operaio libanese. Appare evidente quell'orgoglio tutto loro di sentirsi una razza sopra le razze. In una scena il detective Frazier scopre che i rapitori stanno parlando in libanese: si rivolge allora alla folla urlando: "c'è qualcuno tra di voi che conosce il libanese?" Tempo un secondo e un operaio si rende disponibile per aiutarli. In quale altra città, sembra dirci Spike, è possibile che accada una cosa del genere?.

Il film si muove agli antipodi di Crash: se quest'ultimo enfatizzava gli odi e le differenze razziali presenti a Los Angeles, Spike crede che, almeno a Manhattan, sia possibile costruire un'unica cultura interrazziale.

Lo sceneggiatore e il regista si concedono anche una parentesi educativa: un ragazzino negro sta giocando con molta disinvoltura un videogioco pieno di violenza e lo stesso capo dei banditi ne resta sgradevolmente sorpreso.

Il dialogo è brillante e stimolante: appena lo spettatore si assesta su di un'ipotesi riguardo al mistero della rapina, ecco che interviene un nuovo elemento che spinge la storia in una nuova direzione. Ci sono anche i momenti di azione ma sono poco rilevanti rispetto ai conflitti sopratutto verbali fra i protagonisti. Spike Lee muove la camera con maestria e alla fine possiamo concludere di aver visto un bel film ma... il tutto è stato così ben costruito a tavolino che l'effetto conclusivo è quello di aver apprezzato un meccanismo ben oliato, non di essersi immedesimati nelle vicende intime dei protagonisti.

Tutti sono impegnati a far bene il loro mestiere (chi il poliziotto, chi il rapinatore o il direttore di banca) ma non c'è un momento che dietro questi tipi si riesca ad intravedere un essere umano. La classica soluzione di alternare momenti pubblici a momenti privati per farci conoscere meglio i personaggi, a parte una breve sequenza che riguarda il detective Fezier, non viene impiegata.

Una annotazione su Jodie Foster: è vero che deve fare la parte della fredda calcolatrice, ma quell'eterno mezzo sorriso stampato sul volto, i capelli sempre perfettamente annodati, la rendono metallica e sgradevole più del dovuto.

(per gentile concessione di www.familycinematv.it)

Commenta Manda quest'articolo ad un amico Versione
stampabile
Torna a LaFolla.it