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fede, certezza e tolleranza
di Guillermo Juan Morado

Viviamo in un'epoca caratterizzata dal relativismo. La "ricerca continua" e' preferita al tranquillo possesso della verita'. Il dubbio, la permanenza esistenziale nella perplessita', il rifiuto di ogni dogma sembrano essere - cosi' ci dicono - gli atteggiamenti piu' razionali, rispettosi e tolleranti nei riguardi delle opinioni degli altri.

Il riconoscimento di verita' o valori assoluti e' guardato molto spesso con sospetto. Ogni volta che manifestiamo una convinzione ferma ci sentiamo propensi, quasi istintivamente, a sfumarla, a restringere la sua portata, anteponendole un tranquillizzante "per me", "la mia opinione", "a parer mio"...

Niente ci spaventa di piu' che dare un'impressione di intolleranti.

Forse non si annida nell'accettazione di una verita' come assoluta la tentazione di voler imporla agli altri con la forza? Non soggiace in ogni persona sicura della verita' della propria fede un temibile Jorge de Burgos - il fosco personaggio creato da Umberto Eco - disposto ad avvelenare con l'arsenico chiunque propenda a metterla in dubbio?

Un teorico del Diritto, Hans Kelsen, sostiene che "la tolleranza presuppone la relativita' della verita' che si sostiene o del valore che si postula; e la relativita' di una verita' o di un valore implica che la verita' o il valore opposti non siano completamente esclusi" (Scritti sulla democrazia ed il socialismo). Se questa affermazione e' veritiera, se il relativismo e' presupposto necessario della tolleranza, al cristiano si prospetta una drastica alternativa: o e' cristiano o e' tollerante, senza che possa essere, propriamente parlando, ambedue le cose insieme.

La fede cristiana implica l'accettazione incondizionata di verita' assolute. presuppone l'adesione piena ed incrollabile alla verita' della rivelazione divina, che Dio ci ha manifestato per la nostra salvezza.

Se ammetto che Gesu' Cristo e' il Figlio di Dio incarnato, debbo escludere assolutamente l'affermazione che sia solamente un uomo, simile ad altri capi religiosi. se credo che c'e' un unico Dio, non posso dare formalmente alcun valore di verita' alla credenza in un panteon politeista.

Gli esempi protrebbero moltiplicarsi.

Non mancano coloro che personalemte si distanziano da cio' che qualificano come una "fede di certezze". Alcuni cristiani preferirebbero dire: "A parer mio, Gesu' e' il Figlio di Dio, ma non posso escludere completamente l'affermazione contraria; lo e' per me, ma non posso assicurare che oggettivamente - in se' - lo sia".

Questa posizione sembra molto ragionevole, ma e' sostenibile da parte di un credente? E' possibile un cristianesimo relativista? E' possibile credere senza certezza? Si puo' essere d'accordo con alcune verita' professate dal cristianesimo e rigettarne altre quando non coincidono con la propria opinione?

La fede esige la certezza, scriveva - facendo propria una affermazione costante della tradizione cristiana - il Cardinale Newman: "se la religione deve consistere un vera devozione e non deve essere un mero sentimentalismo, se deve costituire il principio supremo della nostra vita (...) abbiamo bisogno di piu' che di un certo bagaglio di argomenti per indirizzare e controllare il nostro spirito. La rinunzia alle ricchezze, alla fama, alla posizione, la fede e la speranza, il dominio di se', la comunione con il mondo spirituale presuppongono un possesso reale ed una percezione abituale degli temi della rivelazione, che non sono altro che certezza" (L'assenso religioso).

Se la fede, cioe', ci obbliga personalmente fino al punto di essere disposti a lasciare tutto e a perdere, se fosse necessario, la propria vita invece di rinnegarla, la fede comporta la certezza, la piena sicurezza di cio' che e' creduto sia veritiero, assolutamente veritiero. Questa certezza non si appoggia sulla conoscenza degli uomini, ma sulla fedelta' di Dio alla sua parola.

Come conciliare, dunque, fede e tolleranza? Non con l'accettazione del relativismo come paradigma valido nell'ambito della conoscenza religiosa, ma con la considerazione che Gesu' Cristo, l'Oggetto della fede, sia la Verita'. La verita' possiede un sembiante personale. Conoscere la Verita' e' aprirsi al mistero della persona di Gesu' Cristo, che non s'impone con la forza, ma che sollecita la nostra adesione libera e responsabile.

Il cristiano e' tollerante non perche' dubiti della sostanza della propria fede - sa in chi confida - ma perche' e' cosciente che la sua verita' non e' la sua, non gli appartiene; e' una Verita' donata, della quale non e' padrone, ma servo. E' una Verita' che si disvela soavemente a colui che la cerca con umilta', che sa aspettare con infinita pazienza e che si afferma con l'indulgente fermezza di un amore che preferisce il silenzio della croce invece di qualsiasi parola coercitiva.

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