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la fauna selvatica alla riconquista dell'Italia
di Alberto Rosselli

Della nuova, positiva tendenza - quella relativa allo spontaneo ripopolamento delle Alpi e degli Appennini da parte di svariate specie animali date ormai per estinte o quasi - già da alcuni anni diversi zoologi statunitensi ed europei vanno parlando, seppure a bassa voce, forse per non essere accusati di eccessivo ottimismo da quella nutrita schiera di studiosi catastrofisti per i quali la situazione ecologica del nostro paese e dell'intero globo è ormai definitivamente compromessa. Dopo almeno due decenni di affrettate valutazioni e previsioni circa lo stato di salute di un pianeta sicuramente "malato" (ma, stando alle ultime indagini effettuate dai più importati istituti di ricerca internazionali, ancora abbastanza lontano dal suo stadio terminale) una pattuglia di etologi e zoologi statunitensi guidata dal professor Gregg Easterbrook ha iniziato a dare alle stampe una serie di ricerche che testimoniano il discreto stato di salute della fauna selvatica europea e italiana e il continuo moltiplicarsi di diverse specie considerate a rischio. Easterbrook, che ama definirsi un ecorealista, non confuta ovviamente gli evidenti danni che l'uomo ha causato alla terra attraverso l'introduzione di metodologie agricole e industriali intensive, apportatrici di forti squilibri idrogeologici e climatici o dell'inquinamento atmosferico, ma con i suoi studi ha cercato di valutare con equilibrio e senza isterismi la reale situazione in cui versa "effettivamente" la natura. Analisi, quest'ultima, condotta soprattutto mediante indagini sulla cosiddetta "reattività faunistica", cioè sulla capacità, ormai dimostrata, di alcune specie animali a riappropriarsi di territori o di adattarsi a nuovi habitat, magari dissimili da quelli primigeni. Stando alle ricerche di Easterbrook (avvalorate da un dettagliato studio condotto nel 1997 dalla Commissione Ecologica dell'Unione Europea sulla fauna alpina) si evince che, negli ultimi 10 anni, la fauna selvatica continentale e italiana ha dato segnali di forte ripresa, con un incremento numerico delle specie "cospicue" (cioè mammiferi: ungulati, plantigradi, canidi e felini) superiore al 50 per cento rispetto a trent'anni fa. Una notizia decisamente buona, soprattutto se si considera che proprio la tanto bistrattata penisola italiana risulta essere "una delle aree maggiormente interessate dal fenomeno del ripopolamento spontaneo". Prendiamo ad esempio il comparto delle Alpi Orientali, considerato dagli studiosi come un "esempio di rilevanza mondiale". Già a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, nel Parco del Tarvisio (24.000 ettari di foresta), diverse specie locali hanno incominciato a moltiplicarsi più intensamente rispetto al passato. Basti pensare che ai cervi, che hanno raggiunto e superato i 1.000 esemplari, e così pure alle aquile che sono tornate a volteggiare nel cielo (un gruppo di ornitologi inglesi parla di una mezza dozzina di coppie). Ma anche il numero dei caprioli e dei camosci sembra aumentare di anno in anno al punto da indurre alcuni branchi ad uscire dal parco e ad avventurarsi fino alla costa adriatica, mentre specie di dimensioni più piccole (come volpi, tassi, martore, puzzole, ermellini e marmotte) si stanno riproducendo in misura quasi esponenziale. E c'è di più. Oltre ai fenomeni di crescita di tipologie animali "quasi estinte" (vedi, per quanto riguarda l'avifauna, i grifoni, gli astori e gli sparvieri), lungo l'arco alpino orientale, ma anche centrale e occidentale, si sta assistendo ad un evento quasi rivoluzionario. A partire dall'inizio degli anni Novanta, questa vasta area è diventata meta di nuove ed inaspettate immigrazioni. Orsi, lupi, linci e perfino sciacalli provenienti dalla Slovenia, dalla Croazia, ma anche dalla Svizzera e dalla Francia pare abbiano scoperto il loro habitat ideale in talune zone prealpine e alpine dell'Italia nord orientale. Lo sciacallo "dorato", presente da sempre in Dalmazia, ha fatto la sua comparsa in Friuli, raggiungendo poi la Marca Trevigiana e il Bellunese dove se ne contano ormai una cinquantina. Ma è soprattutto il ritorno della lince ad incuriosire maggiormente gli zoologi (nel 1975 gli scienziati avevano già provato a reintrodurla senza successo nel Parco del Gran Paradiso, e successivamente, una coppia di Lynx lynx era stata trasferita in una zona recintata del parco nazionale d'Abruzzo). Oltre agli esemplari passati in Friuli dalla Slovenia (si parla di almeno una dozzina), questo magnifico felino pare sia anche penetrato, assieme al lupo, in Piemonte dalla Svizzera e dalla Francia. Non a caso, lungo la catena del Giura vivono da tempo non meno di 50/55 esemplari. Per quanto concerne il lupo, relegato per decenni ed in sparuti branchi nelle più remote zone dell'Appennino centrale e del gruppo del Monte Pollino, le notizie appaiono ancora più confortanti. La costituzione di nuovi parchi ed aree protette e il progressivo spopolamento della montagna da parte dell'uomo hanno consentito a questa specie di riprodursi con maggiore frequenza e ad allargare l'ampiezza del proprio areale. Basti pensare che già dalla seconda metà degli anni '90, il lupo ha iniziato a farsi rivedere lungo l'Appennino centro-meridionale, settentrionale e sulle Alpi occidentali. Anche il massiccio e forse eccessivo aumento dei cinghiali (specie ormai diffusissima in quasi tutta la penisola), e quello non indifferente di altre specie quali camosci, daini e caprioli, sembra avere giovato non poco alla salute dei lupi. Le norme restrittive sulla caccia hanno fatto poi il resto, anche se la Polizia Forestale segnala non di rado abbattimenti illegali. E veniamo agli orsi.

Come è noto, fino agli anni Settanta in Italia vivevano due sole specie di orso: quello marsicano, un specie autoctona di taglia piuttosto piccola presente soltanto in qualche decina di esemplari nel Parco d'Abruzzo, e quello del trentino asserragliato anch'esso, in numero molto esiguo (dai 10 ai 15 esemplari), nel gruppo Adamello-Brenta. In seguito alla guerra civile scoppiata lo scorso decennio nella ex Iugoslavia, una discreta pattuglia di plantigradi balcanici (si parla di almeno una dozzina di esemplari) è però emigrata dalla Croazia e dalla Slovenia verso l'Italia nord orientale facendo anch'essa il suo ingresso in Friuli. Oltrepassate le Alpi carniche alcuni orsi si sono poi diretti verso le zone montagnose del Veneto e del Trentino dove, secondo alcuni zoologi, essi potrebbero essere venuti a contatto con l'antica colonia dell'Adamello-Brenta.

Secondo gli esperti ecorealisti siamo dunque di fronte ad un fenomeno molto vasto che interessa non soltanto alcune specie o alcune specifiche aree geografiche, ma molti animali e la quasi l'intera penisola Da alcuni anni a questa parte in diverse regioni (tra cui Liguria, Toscana, Lazio, Abruzzo, Molise, Basilicata e Calabria) cinghiali e caprioli, daini, volpi, martore, ermellini, puzzole, tassi, scoiattoli e le lontre (queste ultime, fino a dieci anni fa, date quasi per estinte), stanno moltiplicandosi a dismisura, avvicinandosi ai centri abitati (in Liguria, i cinghiali sono arrivati a colonizzare perfino il promontorio di Portofino, mentre gli scoiattoli si aggirano numerosi sugli alberi dei giardini pubblici di Genova). E lo stesso si può dire anche per i pennuti di media e grossa taglia che, di pari passo, hanno incominciato di nuovo a riempire i cieli della penisola. Ricordiamo ancora le aquile (ricomparse abbastanza numerose sulle Alpi e più raramente sugli Appennini), i grifoni, gli astori, i falchi, le poiane, i gufi e addirittura i pappagalli. Insomma, forse siamo arrivati ad una svolta, ad un cambiamento di tendenza deciso e verificato da serie indagini. Certo, la situazione non si può ancora definire stabile e talune specie (come la lince, non ancora saldamente radicata sul territorio, o, peggio, la foca monaca di Sardegna, di cui esistono solo pochissimi esemplari) sono ancora da considerare a rischio.

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