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la memoria sulla pelle
di Luca Zanchi

27 gennaio 2004: solito risveglio coattivo alle 7.30, 6 ore di noia fingendo di ascoltare le consuete sollecitazioni allo studio dai professori, finalmente l'uscita, discussioni sulla qualità del cibo, pseudo-esecuzione dei compiti, una partita a pallone e poi una doccia, di corsa in centro, pizza e birra con gli amici, rientro a casa, squallidi reality show alla tv, sonno.

Questa è la giornata tipo di un ragazzo della mia età, usuale routine di un giorno come tanti, immerso nella superficialità di una vita in cui, bene o male, non manca nulla. Tran tran che probabilmente non avrebbe nemmeno avuto senso bloccare, in fondo cos'è la giornata della memoria? 10 minuti di immagini in bianco e nero al tg, una semi-lezione di storia sul nazismo, un articolo di fondo uguale su tutti i quotidiani...

Per qualcuno, tuttavia, questa data è qualcosa di più di una formale ricorrenza sociale: il 27 gennaio è atroce lutto, è reminescenza di avvilenti ghettizzazioni, è la lapide di un fratello, è la voce dei perseguitati dall'abominio antisemita.

E per qualcun altro ancora è l'emblema di una missione civilizzatrice, è un momento in cui diffondere la propria testimonianza della malvagia nazista, in cui sensibilizzare a valori intriseci nella natura umana, in cui superare il dolore di un ricordo, rendendolo strumento di propagazione del rispetto verso l'intera umanità. Credo che questi concetti siano ormai impressi indelebilmente nella mente di chiunque abbia avuto la possibilità di partecipare ad uno degli incontri tenuti il 4 ed il 5 febbraio da Pupa Garribba e Shlomo Venezia, due tra i pochissimi reduci dell'insania del III° Reich: due individui straordinari, quasi ottantenni ma impeccabilmente fermi nel loro intento di comunicazione degli orrori subiti e di elusione dell'eventualità che cadano nell'oblio. Due storie diverse le loro, ma accomunate dalla sfortuna di nascere in un periodo in cui l'appartenenza alla razza israelita costituiva una imperdonabile colpa da espiare attraverso quell'assurdo processo vessatorio ed oppressivo perseguito scientificamente dal governo tedesco.

Pupa riuscì, non facilmente, a scappare in Svizzera con parte della sua famiglia, evitando, almeno in prima persona, le deportazioni nei campi di concentramento: nei suoi occhi i segni delle umiliazioni sofferte, dei disagi patiti, delle discriminazioni sopportate, ma allo stesso tempo una forza eccezionale ed una ineguagliabile capacità di riferire con lucidità i drammi urtati nel corso della sua vita.

Più tragica l'esistenza di Shlomo, che ha provato sulla sua carne la deviazione mentale dei carnefici e la loro empia freddezza nella "classificazione" dei non ariani tra Ebrei, mezzi ebrei e mischilinge e della relativa condanna di questi alle violenze dei lugubri luoghi di morte quali Bergen-Belsen, Mauthausen ed Auschwitz-Birkenau. Shlomo ha "vissuto" nei lager nazisti durante l'attuazione della Shoah, la "soluzione finale" che consistette nel genocidio di circa 6.000.000 di Israeliti per opera della mentecatta ferocia (dis)umana.

In questi posti furono consumati i crimini più belluini e cruenti della storia: le vittime erano deportate nei campi di sterminio in condizioni impietose e brutali, e molte di loro morivano sui treni che lentamente li conducevano verso il delirio omicida tedesco.

Tutti coloro i quali non erano ritenuti adatti a sostenere le tremende fatiche fisiche cui erano sottoposti nelle officine dei lager, venivano direttamente destinati alle camere a gas; gli altri, invece, prima di essere soppressi venivano resi inabili al lavoro dalle privazioni subite.

La bestialità, inoltre, proseguiva nientemeno che sui cadaveri, inceneriti nei forni crematori, ammucchiati in fosse comuni o utilizzati come cavie umane per tetri esperimenti pseudo-scientifici.

La voce tremula di Venezia nel raccontare alcuni degli episodi più inaccettabili cui è stato malauguratamente testimone è solo uno degli induttori al ribrezzo verso qualsiasi forma di maltrattamento fisico e morale che possa mai essere concepito con qualsiasi ipocrita giustificazione politico-ideologica.

Notevole l'intervento del giornalista Roberto Olla, che ha posto l'attenzione sul film "Hitler regala una città agli Ebrei", lungometraggio in cui il Furher forzò con ferinità i prigionieri della sua follia a fingere momenti di vita serena all'interno dei campi di concentramento, in modo da non incorrere nelle sanzioni delle autorità internazionali per quanto commesso.

Olla ha, inoltre, sottolineato quanto sia in realtà erroneo indicare con "Olocausto" l'eccidio degli Ebrei avvenuto durante la II° Guerra mondiale, in quanto l'accezione esatta del termine designa un particolare sacrificio a carattere religioso tipico della cultura greca, situazione totalmente antitetica a quella che sicuramente rappresenta il vertice della depravazione mai raggiunto nella Storia dell'uomo.

Particolarmente sconvolgenti i filmati presentati come prova al processo di Norimberga, dove le potenze vincitrici istituirono tribunali militari internazionali per condannare le crudeltà perpetrate dai Tedeschi nei confronti dell'umanità: meticolosamente furono rappresentate le più terribili torture cui erano sottoposti quotidianamente i reclusi in quelli che sarebbero dovuti essere i "quartieri degli Ebrei".

Tanto Venezia quanto Garribba si sono dichiarati esterrefatti per l'esistenza, nonostante il comune senso di orrore e ribrezzo verso quanto avvenuto durante il II° Conflitto mondiale, di persone (ma esiterei a definirle tali) abiette ed improbe a tal punto da non provare vergogna nell'affermare assurdi slogan discriminatori agognanti violenza e distruzione, mostrandosi incapaci di provare il benché minimo rispetto nei confronti delle vittime innocenti della Shoah.

Effettivamente, pare che negli ultimi anni siano sorti taluni gruppi neonazisti che, sventuratamente, riescono a riscuotere il pieno consenso di sempre troppo numerosi individui stupidi, fatui, ignoranti, insensibili ed inumani: è impensabile come non siano emotivamente coinvolti neppure dalle minuziose e toccanti attestazioni dei gravi misfatti compiuti dai Tedeschi riportate nei copiosissimi testi e negli accuratissimi film sull'argomento: si pensi ai raccapriccianti passi di "Se questo è un uomo" di Primo Levi o alle impressionanti sequenze de "Il pianista" di Roman Polanski...

Unanimemente, infine, i presenti hanno pubblicamente ripudiato quell'aberrante processo di negazionismo storiografico dilagante negli ultimi tempi negli ambienti politici e letterari mondiali: come si può ritrattare una strage che ha decimato un intero popolo? Come si può dubitare delle innumerevoli drammatiche testimonianze dei pochi superstiti? Come si può soltanto pensare di defraudare addirittura della memoria i capri espiatori della debosciata follia antisemita?

Inconcepibile ed inammissibile un'idea così turpe, così avvilente per l'intero genere umano...

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