periodico di politica e cultura 20 agosto 2017   |   anno XVII
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il cinema di caino: Pupi Avati

"Il figlio più piccolo" (2009)

di Gordiano Lupi

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Il figlio più piccolo (2009)

Regia: Pupi Avati. Soggetto: Pupi Avati (dal suo romanzo Il figlio più piccolo, Garzanti). Sceneggiatura: Pupi Avati. Fotografia: Pasquale Rachini. Montaggio: Amedeo Salfa. Musiche (composte e dirette): Riz Ortolani. Direttori di Produzione: Maria Cristina Bravini, Gianfranco Musiu. Coordinamento Finanziario: Mediocreval spa, Diego Raiteri, Marketing Finanziario. Suono: Piero Parisi. Scenografia: Giuliano Pannuti. Costumi: Steno Tonelli. Effetti Visivi: Justeleven. Distribuzione: Medusa. Produzione. Duea Film, Medusa Film. Produttore. Antonio Avati. Aiuto Regista: Roberto Farina. Secondo Aiuto Regista: Alvise Barbaro. Assistente alla Regia: Raphael Tobia Vogel. Operatore alla Macchina: Francesco Damiani. Operatore Steadicam: Stefano Salemme. Fotografo di Scena: Andrea Catoni. Microfonista: Stefano Varini. Negativi: Fuji-Film. Laboratorio di Sviluppo e Stampa: Cinecittà. Macchine da Presa: Technovision. Edizione: Fono Roma Film Recording. Mixage: Franco Coratella. Teatri di Posa: Cinecittà Studios. Esterni: Bologna, Roma. Dedicato: Pasquale Cioffi e Antonio Letterio. Interpreti: Christian De Sica, Laura Morante, Luca Zingaretti, Nicola Nocella, Massimo Bonetti, Sydne Rome, Pino Quartullo, Manuela Morabito, Alessandra Acciai, Fabio Ferrari, Alberto Gimignani, Maurizio Battista, Giulio Pizzirani, Matilde Matteucci, Vincenzo Failla, Gisella Marengo, Pilar Abella, Massimiliano Varrese, Simone Arcese, Marcello Maietta, Aurora Cossio, Tiziana Buldini, Christian Marazziti, Emanuele Salce, Luciano Luminelli, Claudio Bonivento.

Pupi Avati abbandona i ricordi e torna all’età contemporanea per denunciare l’Italia dei furbetti, degli imprenditori amorali, del malaffare politico - economico eletto a sistema di potere. Al tempo stesso non rinuncia ai temi che gli sono più cari: il rapporto genitori - figli, la difficoltà di vivere per i troppo buoni, per i sognatori, per i perdenti impreparati a lottare. In rapida sintesi la trama. Luciano Baietti (De Sica) è un imprenditore intrallazzone sull’orlo del fallimento, consigliato dal braccio destro Bollino (Zingaretti), ex frate truffaldino, che per scongiurare il tracollo lo convince a intestare a Baldo (Nocella), il figlio più piccolo della ex moglie Fiamma (Morante), che non vede da molti anni, le società piene di debiti. Baldo è un ingenuo studente del Dams, appassionato di cinema bis - soprattutto splatter e cannibali -, innamorato di una proiezionista bruttina e anonima, che coltiva il sogno di diventare regista. Si lascia abbindolare dal genitore, proprio come la madre, crede nel padre che giudica il migliore di tutti e cade nella sua rete, felice di averlo ritrovato e convinto i poter realizzare i suoi sogni. Non ci sarà lieto fine, anche se forse la lezione subita servirà al padre a imparare ad apprezzare le cose importanti della vita. Incasso di oltre due milioni di euro, per un film che è uscito nelle sale il 19 febbraio del 2010. Nastro d’Argento e Globo d’Oro a Christian De Sica come Miglior Attore Protagonista, forse per la prima volta alle prese con un ruolo drammatico, cinico, da padre snaturato, che ci regala un’interpretazione magistrale di un personaggio grottesco e amorale, purtroppo molto realistico, ispirato ai molti furbetti di cui è costellata la realtà contemporanea. Luca Zingaretti vince identico premio come Miglior Attore Non Protagonista, ed è davvero bravo nei panni di un ex frate, credibile quanto perfida spalla del lestofante, che trova una soluzione truffaldina a ogni situazione, fedele fino in fondo al compagno di sventura. Nicola Nocella è uno straordinario esordiente, un figlio poco cresciuto, un bamboccione innamorato del cinema e dei film truculenti, che si lascia raggirare dal padre, convinto di aver ritrovato il genitore dopo anni di abbandono. Globo d’Oro come miglior attore rivelazione, premio che viene assegnato anche a De Sica come protagonista. Meglio del solito, guidato da un regista attento alla direzione degli attori, anche un caratterista comico come Maurizio Battista, che veste i panni della guardia del corpo tuttofare. Sydne Rome è una presenza che ricorda il cinema bis, un tempo bellezza sfolgorante della commedia sexy e starlet televisiva del sabato sera.

Il figlio più piccolo è una storia dove i vinti di verghiana memoria sono in primo piano, da un fanciullino pascoliano (Nocella), semplice e ingenuo, fino a un essere abietto (De Sica) che alla fine si ritrova emarginato e confinato in un condominio di periferia. Non da meno il personaggio dell’ex sessantottina ribelle (Morante), cantante fallita, che cerca di rinverdire i fasti del passato con un’amica (Rome), ma è preda di depressione e angoscia. Abbandonata dal marito, dopo essere stata truffata e ridotta sul lastrico, vive nella speranza che possa tornare e gli augura felicità anche quando apprende che sta per sposarsi con un’altra donna. Altro sconfitto è l’ex frate (Zingaretti) spalla dell’imprenditore, che proviene da una famiglia di fruttivendoli messa sul lastrico da un centro commerciale e che dovrà rimandare a tempi migliori la sua rivalsa nei confronti della vita.

Film girato tra Roma e Bologna con alcuni salti temporali per narrare la storia di una famiglia abbandonata da un padre irresponsabile, di una madre depressa e di due figli completamente diversi, uno cresciuto nell’odio verso il padre, l’altro - su impronta materna - nella totale venerazione. Ottima la direzione degli attori, perché il film è molto teatrale e basato su dialoghi intensi e scene girate in teatri di posa. Fotografia coloratissima, corretta in digitale, atipica per lo stile di Rachini, ma adeguata alla narrazione contemporanea che non necessita di toni flou e colori pastello. Musica di Ortolani abbastanza anonima - non certo tra le sue colonne sonore indimenticabili - ma in sintonia con la storia, a metà strada tra il dramma e la commedia, atipica come sempre sono le storie avatiane.

Un altro tema importante affrontato dalla pellicola è il cinema, visto con gli occhi puri del figlio più piccolo, che frequenta il Dams ma vorrebbe laurearsi con una tesi sul cinema splatter e sogna di girare a El Paso un western crudo e violenta. Un modo per ricordare il cinema di genere del passato, un cinema che è stato importante ma che non si riesce più a produrre. Avati critica il mondo delle raccomandazioni televisive, racconta tutto lo squallore di un ambiente falso e privo di valori, dove i sentimenti non contano, importante è solo il successo, arrivare - con ogni mezzo - a essere qualcuno. Emblematiche le sequenze in cui di fronte al dramma dell’arresto di De Sica gli ospiti del matrimonio scattano foto con i telefonini, fanno riprese e rilasciano interviste televisive (per apparire), fingendo un dolore mai provato.

Il figlio più piccolo è una sorta de Il papà di Giovanna al maschile, meno riuscito ma comunque apprezzabile, dove il ragazzo con difficoltà a inserirsi nel mondo reale prende il posto della giovane disadattata. Qui è intenso il rapporto madre - figlio, per quanto è inesistente la relazione con il padre, dove invece nel film precedente la situazione era diametralmente opposta. A nostro parere Avati riesce meglio a raccontare il passato, con la poetica del ricordo, che a narrare situazioni che coinvolgono problemi di attualità. In ogni caso Il figlio più piccolo è un film interessante e risolto che mostra le grandi capacità di De Sica come interprete drammatico, conferma un’ottima Laura Morante e scopre un buon attore esordiente. Avati mette in dito nella piaga di molti problemi contemporanei e racconta una buona storia popolata da sconfitti e perdenti come soltanto lui è capace di fare.
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articolo pubblicato il: 22/06/2017

La Folla del XXI Secolo - periodico di politica e cultura
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