periodico di politica e cultura 14 dicembre 2017   |   anno XVII
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whistleblowing

di Carla Santini

Whistleblowing, che sarà mai? Traducibile alla lettera con “soffiare nel fischietto” o anche semplicemente con “fischiare” è la legge recentemente approvata che incoraggia e tutela, ma non del tutto, coloro che denunciano irregolarità e malversazioni di colleghi nel comparto pubblico e in aziende che riforniscono la pubblica amministrazione. Senza entrare nel merito della nuova normativa, da alcuni definita barbarica e da altra troppo edulcorata, si tratta dell’ennesimo caso di un termine inglese introdotto con estrema tranquillità nella lingua italiana da coloro che, sedendo in Parlamento, per primi dovrebbero rispettare la lingua che fu di Dante. Non è naturalmente così. In occasione della legge sulle unioni civili si parlò a lungo di “stepchild adoption”, che poi ipocritamente non fu inserita nel testo della legge ma demandata alla libera valutazione dei giudici, chiamati a sostituirsi al legislatore. Per qualche tempo in Italia c’è stato un Ministero denominato del Welfare e questo la dice lunga sul provincialismo di chi ci governa.

C’è chi dice che l’abnorme mole di parole entrate nell’italiano negli ultimi vent’anni sia dovuta all’informatica, ma non è così. L’informatica ha contribuito in maniera massiccia all’anglicizzazione dell’italiano, a cominciare da “computer”, che è stato invece regolarmente tradotto nelle altre lingue europee, ma parole inglesi sono entrate ed entrano quotidianamente in tutti i settori ed i momenti del vivere comune, anche con il vezzo di certuni di utilizzare nel pieno di una conversazione una parola inglese laddove esiste l’esatto corrispettivo italiano. In questi giorni si parla molto di “Black friday”, alla fine di ottobre si parlava di “Halloween”; speriamo che tra poco si parli di Natale e non di “Nativity”.

Tutto ciò non esiste altrove. Senza ricordare lo sciovinismo dei francesi o il nazionalismo degli spagnoli, tutte le lingue europee tendono a preservare quanto più possibile la loro purezza. In una catena di supermercati, in Inghilterra, i termini “espresso” e “cappuccino”, scritti sulle macchinette distributrici, sono stati sostituiti da due neologismi di suono anglosassone, come se l’inglese avesse bisogno di essere difeso. Espresso, tra l’altro, è una parola che si usa in tutto il mondo meno che in Italia, dato che nei bar italiani il caffè, salvo rarissime, specifiche richieste del cliente, è sempre rigorosamente espresso.

In occasione delle edizioni latinoamericane dei mondiali di calcio, avevamo imparato a dire “Mundial” ed altri termini spagnoli; nel Novanta ci aspettavamo di leggere “Campionato mondiale”, invece trovammo “World championship”. Erano in italiano le scritte che scorrevano sul basso del video durante le partite, ma in inglese quelle delle sintesi. Non c’era alcuna stranezza, semplicemente nelle sintesi veniva usato il nastro di quanto appariva nel resto del mondo. Bastava passare il confine par assistere a partite in cui, invece di “ammonito”, si poteva leggere “warned”. I mondiali, nonostante i costi faraonici, come la stazione romana mai utilizzata di Vigna Clara, non li vincemmo. Evitammo anche che quattro a cinque parole italiane entrassero almeno nel lessico delle “notti magiche”.

articolo pubblicato il: 24/11/2017 ultima modifica: 11/12/2017

La Folla del XXI Secolo - periodico di politica e cultura
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