periodico di politica e cultura 19 giugno 2018   |   anno XVIII
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arte e mostre: omaggio a Pomodoro al Palazzo Ducale di Urbino

"Panta rei"

“L’ossessione di ogni vero scultore è il vuoto”: così scriveva Gio’ Pomodoro, il 10 maggio del 1998, allo scultore californiano Bruce Beasley. In omaggio ad uno dei più emblematici scultori italiani del’900 la Galleria Nazionale delle Marche dedica fino al 15 luglio una singolare antologica, inaugurando così un filone di mostre in memoria dei grandi artisti di origine marchigiana. Negli spazi prestigiosi di Palazzo Ducale a Urbino, sede della Galleria Nazionale delle Marche, a fianco di alcune fra le più importanti opere del Rinascimento, fino al 15 luglio viene ospitata la mostra tematica “Panta Rei” dedicata all’artista montefeltrino Gio’ Pomodoro (Orciano di Pesaro, 1930 – Milano, 2002), fratello minore di Arnaldo. La mostra, fortemente voluta dal Direttore Peter Aufreiter, nasce dal progetto ideato dall’architetto Marisa Zattini col figlio dell’artista Bruto Pomodoro che propone un dialogo inedito fra l’arte rinascimentale e la scultura classica contemporanea.

Questo omaggio al Maestro marchigiano - uno fra gli scultori italiani più significativi del dopoguerra - avviene a sedici anni dalla sua scomparsa e a quattordici anni dall’inaugurazione della piazza a lui dedicata a Orciano, grande “Luogo scolpito” dell’artista nelle sue amate terre d’origine. Profondamente legato ai propri luoghi natali, Gio’ Pomodoro ha più volte ricordato quanto la cultura materiale, paesaggistica e storica del Montefeltro abbia influito sul suo percorso artistico e intellettuale: la scoperta in età giovanile dei capolavori dell’umanesimo rinascimentale, in particolare quelli di Piero della Francesca e di Raffaello custoditi nelle sale della Galleria Nazionale, sono stati fondamentali per lo sviluppo creativo del giovane artista. Il cortile di Palazzo Ducale, nelle sopralogge e negli affascinanti spazi sotterranei, appannaggio della corte di Federico, Duca di Montefeltro, ospita 25 sculture fra marmi, bronzi e poliesteri, alcuni di dimensioni monumentali.

A completamento della mostra si potranno ammirare una dozzina di grandi carte disegnate a china, alcune delle quali inedite, strettamente connesse al ciclo delle “Tensioni”, alle quali il progetto espositivo è interamente dedicato. Nel decennio che va dal 1958 fino al 1968, abbandonate le esperienze legate all’Informale, Gio’ Pomodoro sviluppa un propria ricerca legata alla espressione del vuoto: “Il vuoto è all’origine del nostro essere scultori, non già il bisogno di innalzare statue”. L’ossessione di ogni vero scultore è per Pomodoro il vuoto, “il tentativo di esprimerlo o catturarlo o definirlo”. Le “Superfici in tensione”, declinate nelle loro molteplici forme – “Folle”, “Tensioni, “Forme Distese”, “Radiali” - ne individuano la natura in un fluire continuo, dove “il vuoto coincide con il pieno in un espandersi virtualmente infinito”. Abbandonata la ricerca all’inizio degli anni ’70, per seguire la geometria e i numeri ad essa legati, si assiste a una ripresa delle “Tensioni” a partire dall’inizio degli anni ’90 con le opere, documentate in mostra, quali la “Figlia del Sole”, le “Derive” fino agli ultimi “Frammenti di Vuoto”, opere monumentali che chiudono l’esperienza artistica del Maestro sul nascere del nuovo millennio. In un fluire ininterrotto di intuizioni geniali che percorrono un arco temporale di più di quarant’anni di lavoro, le opere di Pomodoro sono la testimonianza di uno fra i momenti artistici più alti nel panorama della scultura internazionale del XX secolo, che gli avvale - pochi mesi prima della sua scomparsa - il prestigioso premio alla carriera “Lifetime Achievement Award in Contemporary Sculpture”. Le sculture e i disegni esposti a Palazzo Ducale ne sono una vivida dimostrazione.

Gio’ studiò presso l’istituto per geometri di Pesaro, città in cui si trasferì con la famiglia nel 1945 e in cui imparò la cesellatura, nella bottega di un anziano orafo. Nel 1954 dopo la morte del padre e dopo un breve soggiorno a Firenze dove incontra l’architetto Gigliola Gagnoni, che diverrà sua moglie, si trasferì a Milano e, già a partire dal 1955, cominciò a esporre le sue opere a Firenze alla galleria Numero di Fiamma Vigo, poi alla galleria Montenapoleone e alla galleria del Naviglio di Milano, alla galleria del Cavallino di Venezia e alla galleria dell’Obelisco di Roma. Collaborò alla rivista “Il Gesto” e assieme al fratello Arnaldo e con artisti del calibro di Piero Dorazio, Gastone Novelli, Giulio Turcato, Tancredi Parmeggiani, Achille Perilli e Lucio Fontana, presentò delle opere alle mostre del gruppo “Continuità”, che vedevano la partecipazione anche dei critici Guido Ballo, Giulio Carlo Argan, e Franco Russoli. Più tardi, però, si staccò da questi artisti e dapprima si diresse incontro a un pensiero di “rappresentazione razionale dei segni” (ca. 1953 - 1959) e si dedicò attivamente alla ricerca scultorea, connotata da una rigorosa coerenza che lo portò a dire, nel corso di una conversazione con Laura Tansini: “Ciascuna delle mie opere è legata alla precedente e alla successiva, anche se questo non sempre avviene in un percorso lineare”.

Ancora lo scultore, un anno prima di morire: “Credo che agire nello spazio reale che circonda e permea di sé ogni cosa materiale, cosciente che questo spazio o vuoto è sovrano, non spodestabile, che è stato, è, e sarà infinito, indistruttibile, è la condizione di ogni essere vivente, animale, vegetale o minerale. Lo spazio, il vuoto, che vuoto non è mai, prepara accoglie e nutre ogni epifania. Forse, per chi pratica la disciplina della scultura l’avere coscienza di ciò è inevitabile. Penso che questo comporti l’essere posseduti da un sentimento panico di comunione universale, che, unito a quello del terrore di morte è quanto ci spinge a scolpire”. Come ci dice Marisa Zattini, “tutto il percorso creativo di Giò Pomodoro è fatto di tensioni che trasmutano il suo pensiero e viceversa, fra architettura e scultura, in superfici dai valori fortemente psichici. Segni poetici, geometrie di piani che si pongono sempre oltre i “confini provvisori” del reale, con modulazioni ampie di respiro che iscrivono la sua opera omnia in un ambito artistico di rilievo internazionale dal respiro fortemente architettonico. Il codice linguistico di Giò Pomodoro è indubbiamente unico e inconfondibile nel panorama della scultura contemporanea”.

articolo pubblicato il: 22/05/2018

La Folla del XXI Secolo - periodico di politica e cultura
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