periodico di politica e cultura 17 luglio 2018   |   anno XVIII
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libri: "Stefano Giannotti"

"Fermento di Falesia"

di Gordiano Lupi

Stefano Giannotti

Fermento di Falesia

Euro 12 – pag. 80 Edizioni Cinquemarzo - www.cinquemarzo.com

Stefano Giannotti è autore che conosciamo per aver apprezzato i suoi primi romanzi editi, - Alla ricerca dell’isola perduta e La biblioteca di sabbia -, pervasi di citazioni da Borges, Proust e altri autori che compongono il suo immaginario letterario. Non conoscevamo la sua inclinazione poetica, ma questa silloge dedicata alla città natale, dimostra che l’ispirazione lirica non è meno coinvolgente rispetto alla dimensione della prosa. La dedica compone una sorta di lirico (quanto condivisibile) incipit: A Piombino, dove sono nato,/ che da giovane ho creduto essere tutto il mondo./ Adesso che di mondo ne ho visto abbastanza,/ non so se da ragazzo mi sbagliavo poi molto, che dà il via a una proustiana ricerca del tempo perduto, segnata dal rimpianto e dal vivere con i ricordi, patrimonio personale irrinunciabile. Amarcord felliniano per immagini che colpiscono improvvise e scaturiscono dagli oggetti più impensati e dai luoghi ritrovati nelle vesti d’un tempo. Il poeta percorre le strade della sua città mentre da ogni angolo fa capolino il passato, sotto forma di sensazione indelebile e di flashback della memoria che ricorda sequenze indimenticabili de Il posto delle fragole. Il portachiavi, le camicie e l’orologio/ non sapranno mai che me ne sono andato/ ma questa città non mi abbandona/ aspetta che sia sempre parte di lei/ sono nato, sono stato e sempre starò a Falesia. Piombino -

Falesia è il nome antico che ricorda le scogliere - occupa gran parte dei componimenti, intenso come luogo dell’infanzia, la Combray indimenticabile di Proust, dove tutto comincia e dove si tende a tornare. Altre liriche sono dedicate a se stesso, ai libri, alla biblioteca, al vento che soffia dalla Provenza, alle donne del passato, a scrittori e personaggi di romanzi, ma su tutto aleggia il panorama indimenticabile d’un promontorio, dal Golfo di Baratti alla Cittadella, passando per la piazza sul mare dedicata a Giovanni Bovio. Che ne sarà stato di quei ragazzi/ che verso il mille e novecento ottanta/ si ritrovavano su quelle panchine/ a cercare senza trovarlo/ un luogo dove spendere il tempo/ ignari del tedio che porterà il futuro/ ma felici a notte fonda di dire/ ci vediamo domani, amici. Il rimpianto resta nota indelebile: Cosa non darei per scambiare ancora/ le figurine in via Dalmazia/ il nascondino o un calcio al pallone/ un gioco continuo fino al tramonto. L’Isola d’Elba all’orizzonte segna la rotta da seguire, una volta mollati gli ormeggi, lasciando alle spalle ciminiere corrose che non fanno alcun fumo/ un mostro l’altoforno di fatiscente ferro. Dal ponte della nave si ammirano le case e le strade di quel tempo perduto/ la spiaggia e gli amori di quei giorni passati.

Una traversata che assomiglia alla vita, anche se il porto a vent’anni era un ponte sospeso/ verso mondi migliori e donne d’amare, mentre adesso non resta che un cupo orizzonte fatto di angoscia e paura, anche se continua la ricerca dell’isola perduta. Nostalgia e passione sono la nota dominante di una raccolta di liriche sincera e per niente costruita, pur se lo stile denota ricerca e studio della parola per conferire al verso musicalità e ritmo. Poesia racconto che ricorda il Pavese di Lavorare stanca, ma anche molte liriche ambientate a Piombino composte da Maribruna Toni che consigliamo di rileggere con attenzione. Un piccolo grande libro da leggere e rileggere, per metabolizzarlo in profondità. Essere piombinesi aiuta ma non è indispensabile, perché le liriche rappresentano un’elegia della provincia e del tempo perduto che può essere universalizzata e rivolta a ogni luogo dell’anima. Concludiamo con un assaggio lirico, forse con il componimento più emblematico che unisce la sinfonia dei ricordi a sprazzi di poesia civile sullo stile de Le ceneri di Gramsci di Pier Paolo Pasolini. Torniamo a leggere poesia. Fa bene al cuore.

Falesia

Sono nato in un’altra città che pure si chiamava Falesia./ Ricordo ogni tipo di odore, piacevole e fastidioso,/ quello acre delle polveri della fabbrica,/ quello pungente delle alghe bagnate sulle spiagge,/ quello di cocco della crema solare/ spalmata dai bagnanti in estate,/ quello arido delle reti dei pescatori al porticciolo,/ quello nauseante del pesce nella pescheria di mia zia,/ quello fragrante della schiaccia appena sfornata,/ quello floreale delle ginestre in quelle notti di maggio,/ quello silvestre degli aghi di pini nella mia spiaggia./ Ricordo la piazza dove ho imparato a leggere/ ma pure giocavo a pallone con l’amico che non c’è più,/ ricordo la pizzeria delle notti a ridere con gli amici,/ ricordo il piazzale con le barche dove imparai a nuotare,/ ricordo quel golfo dove per la prima volta mi dichiarai/ ma anche l’anfratto dove in penombra detti il primo bacio./ Ricordo la granita al tamarindo con le labbra salate,/ le mattine al porto a veder salpare i traghetti/ credendo un giorno di partire per destinazioni sconosciute./ Ricordo lo stadio sulle cui gradinate esultavo per il gol,/ il palazzetto dove gioivo per un canestro decisivo./ Ricordo la piazza con le due cabine del telefono/ dove ogni giorno ritrovavo i miei amici/ senza pensare che quel giorno non ci sarebbe più stato./ Ricordo l’operaio che si rifiutò di consegnare il tricolore/ mentre cantava Bella ciao e quelli che occuparono la fabbrica/ lasciando i figli senza pane per rivendicare i propri diritti./ Ricordo lo specchio che rifletté per l’ultima volta/ il volto di mio padre./ Ora in quella città sarei un estraneo/ qualcuno forse più giovane di me/ non leggerà mai questa pagina/ ma rimpiangerà quel campo di ulivi/ e quell’amore mai sbocciato.
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articolo pubblicato il: 27/06/2018

La Folla del XXI Secolo - periodico di politica e cultura
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