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"Dal proprio nido alla vita"

Fabio Strinati

Dal proprio nido alla vita

Icaro voleva volare, era il suo più grande desiderio, la ragione per cui ogni giorno progettava come poter sfidare il cielo, in una gara che finì per dimostrare, invece, quanto vano fosse il suo desiderio ed azzardato il suo tentativo. Fabio vorrebbe essere una rondine, ma non vuole mettersi in competizione con lei, elegante, gentile, affabile…. padrona, lei sì, del cielo, degli spazi infiniti dei quali anche Fabio vorrebbe scoprire il mistero, il senso dell’autentico messaggio. Rimpianto, emozioni forti legate al ricordo, ad esperienze sensoriali vivissime che spaziano dagli odori, alla vista, al tatto, all’udito, trasferite, poi, su un piano di sublimazione con versi che altro non vogliono esprimere se non la storia di un animo ed il percorso arduo e difficile compiuto verso la maturità, quel “succoso frutto appeso all’albero” che rende i ricordi fruibili e densi di significato. Immagini si rincorrono, si accavallano e si rendono altamente poetiche, pur nella propria umile sostanza, grazie al “parlare” delle rondini, divenute testimoni del passare inesorabile del tempo. Il tempo “che scortica la giovinezza”, in un susseguirsi lesto di stagioni, di cui la più inclemente sembra sommare in sé messaggi significativi e simbolici, con il freddo, il vento di tramontana, i nuvoloni grigi, le piogge forti, la grandine, le brine…che invitano alla solitudine e la favoriscono. Dando così occasione di riflettere, di guardarsi dentro, in una ricerca di rinnovamento spirituale che implica l’osservazione attenta della Natura e dei suoi fenomeni, per poterne afferrare il senso ed i messaggi reconditi.

Il grande Shelley agognava farsi tutt’uno con il vento, portatore di vita, “O Wild West Wind- Thou breath of Autumn’s being- Thou, from whose unseen presence the leaves dead- are driven….” Fabio agogna essere una rondine, leggiadra e leggera, che lo porti in alto a capire la sostanza della vita. Non dimentica, Fabio, anche in questo poema, il fascino e l’attrattiva di immagini e versi surreali che, a tratti, trascinano il lettore in un’impresa di analisi ed interpretazione di un mondo onirico, sì, ma profondamente pervaso da amore ed attaccamento ai suoi luoghi, veri e propri luoghi dell’anima, da cui ora non brama più staccarsi, ma, piuttosto, farsi trascinare dalla magia e dall’ispirazione che quelli accendono ai suoi occhi di poeta…Gli basta lanciare un sassolino per sentire “un leggero suono tra le rime…” lì, immerso in un paesaggio tanto bello e fantastico da consentire il “canto ribelle e liberatorio” di una poesia che diviene omaggio ed espressione di speranza, di rimpianto e di stupore. Espressione anche di sottile piacere a smarrirsi tra i monti, i boschi, i campi, le umili dimore da sempre compagni delle sue visioni, ma essenzialmente tutti portavoce del dolore profondo che nasce dalla consapevolezza di quanto inadeguato si senta di fronte ai misteri insondabili dell’umana esistenza. Immagini quali “una rondine stanca di volare…affannata…affamata di quella curiosità che solo la vita ed un volo di libertà possono saper esprimere…rondine emaciata che soffriva la presenza di muri e di perimetri…” sono, ancora una volta, espressione efficace ed immediata di desiderio di libertà. Quella libertà che solo un intimo contatto con le manifestazioni “sublimi” della Natura consente al suo animo di godere. Natura ispiratrice di pensieri e stati d’animo angosciosi, Natura madre di speranza e culla di barlumi di lucida e calda luce primaverile, Natura specchio di un’anima in pena, alla ricerca di poteri che la proiettino oltre l’orizzonte lontano e le consentano il privilegio accordato alla rondine, elegante, libera, leggera, di vivere in simbiosi con l’aria, con il vento, con la pioggia, felice di osservare dall’alto del suo volo i fiumi che si dipartono dalle sorgenti di montagna, i boschi densi di mistero, custodi di antiche leggende, di tradizioni popolari, percorsi dagli “spiriti delle anime passate” che vagano per essere ascoltati e da cui “potremmo capire moltissimo del nostro passato”. Una voce vivida, cui si affida il ruolo di maestra di vita, ma anche di sostegno, in una esistenza tesa a scoprire come “usare bene le sue ali”, a “conoscere bene la sua giovinezza”!

In un susseguirsi di versi fluidi, accattivanti, scevri da regole e schemi coercitivi, si dipana la narrazione di un difficile cammino esistenziale, segnato da travagli interiori generati da una sensibilità finissima ed esasperati da una istintiva tendenza alla riflessione meticolosa sui perché di una vita fatta di meandri difficili da decifrare e da percorrere. E che spesso non trovano risposte adeguate, se non in un affidarsi fiduciosi alla Natura ed ai messaggi che arrivano dalle sue manifestazioni. Ecco allora come per Fabio, ma anche per tutti coloro che ne comprendono gli stati d’animo e ne condividono le propensioni alla meditazione ed all’introspezione, rifugiarsi sul monte Corsegno assuma un valore taumaturgico, di catarsi, di lenimento di quel “dolore che non si vede da quel che fai, ma si sente dentro”!
Lucia Tanas

articolo pubblicato il: 04/08/2017