Il Brasile, il partner più importante dei quattro che compongono il Mercosul (o, alla spagnola, Mercosur) è
sinceramente preoccupato per il futuro dell'organismo, che effettivamente nella sua non lunga storia si è quasi
sempre dimostrato tavolo privilegiato di discussione tra i suoi due membri maggiori (Brasile e Argentina),
spesso lasciando a Uruguay e Paraguay il ruolo di comprimari.
Le incertezze e le tensioni che assillano il blocco economico dei quattro Paesi sono attualmente acutizzate
dalla volontà uruguaiana di negoziare autonomamente un accordo di libero scambio con gli USA, prospettiva che
provoca l'irritazione degli altri soci.
Il Ministro degli Esteri brasiliano Celso Amorim non ha tralasciato di sottolineare come sia del tutto
impossibile che un membro dell'organismo negozi individualmente accordi commerciali, a meno che non pretenda di
lasciare il blocco, pur ammettendo che i due soci più importanti non abbiano fatto sempre il possibile per lo
sviluppo dei Paesi minori.
In questo quadro si inserisce la polemica tra Uruguay e Argentina, scaturita dalla costruzione di due fabbriche
di cellulosa al confine tra i due Paesi, sulla sponda uruguaiana del fiume Uruguay. Nonostante la blanda
opposizione di gruppi ambientalisti, i politici del piccolo Paese rioplatense, maggioranza ed opposizione per
una volta unite, sono tutti pienamente d'accordo sul fatto che le due fabbriche, una della spagnola ENCE,
l'altra della finlandese Botnia, siano presto operative.
Sull'altra sponda del fiume gli ambientalisti sono invece ben più agguerriti e malcelatamente appoggiati del
governo argentino, in special modo da Jorge Busti, governatore della provincia di Entre Rios. Ultimamente i
dimostranti hanno organizzato picchetti nei pressi della città di Gualaguaychù, bloccando il traffico dei
turisti argentini in direzione dell'Uruguay, tradizionalmente piuttosto intenso in questa estate australe.
Mentre gli ambientalisti protestano, il governo argentino non nasconde di essere intenzionato a ricorrere al
tribunale Internazionale di Giustizia dell'Aja avverso la costruzione delle fabbriche di cellulosa. La
questione è piuttosto complessa; secondo Buenos Aires l'autorizzazione concessa alle due imprese violerebbe un
trattato binazionale di amministrazione congiunta del fiume che prevede il previo accordo dei due Paesi
confinanti su modifiche all'ecosistema, ma Montevideo ribatte che basta leggere un testo ufficiale, il Rapporto
annuale sullo stato della Nazione Argentina, per imbattersi nel paragrafo in cui è specificato come tale
autorizzazione sia stata concessa nel 2004. Buenos Aires ribatte che si tratta di un errore del Rapporto.
In questo contesto si pone il timore uruguaiano non solo di perdere i cospicui investimenti spagnoli e
finlandesi, ma di vedersi costretto ad indennizzare profumatamente la Finlandia, in virtù di un accordo
bilaterale di protezione degli investimenti con valenza ventennale, sottoscritto nel 2002 e ratificato nel 2004.
L'articolo sesto dell'accordo prevede esplicitamente che in caso di sofferenza degli investimenti finlandesi a
motivo di guerra o altri conflitti armati, stato di emergenza nazionale, rivolte, insurrezioni o manifestazioni,
gli investitori avranno diritto ad essere indennizzati nelle forme più vantaggiose.
Allo stato attuale delle cose, una composizione della diatriba non sembra essere alle porte, anzi, in ambienti
uruguaiani non si nasconde la speranza che, nel caso di una denuncia argentina all'Aja, sulla sentenza possa
pesare il ricordo del comportamento di Buenos Aires nei confronti degli investitori esteri in occasione della
crisi economica che ha recentemente colpito l'Argentina.