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politica estera
crisi del gas: ecco chi comanda
di Alessandro Ceravolo

L'Ucraina ha ammesso di aver rubato il gas russo destinato ai paesi europei dai gasdotti che attraversano il suo territorio; è appena slittata nuovamente la firma dell'accordo russo-ucraino per l'adeguamento dei prezzi; Eni ha previsto un calo dell'8,1% nelle forniture che giungono in Italia; il governo, pur ringraziando gli amici russi, annuncia aumenti sulle prossime bollette e misure particolari per il risparmio energetico. L'intera Unione europea trema, e non solo per il freddo.

Una sola società alle spalle di tutto questo intreccio di interessi. Un gruppo che copre oltre il 30% del fabbisogno di gas europeo e controlla il 20% del gas del pianeta. Una compagnia che ha quadruplicato il suo valore in borsa in soli due anni e che punta all'estero, anche grazie alla prossima massiccia collocazione sui mercati europei del 49% delle sue azioni. Un nuovo centro di potere in grado intimorire l'intera Europa (colpevolmente disorganizzata in campo energetico), minacciando di chiudere i suoi rubinetti.

Questa società è la Gazprom, il primo produttore al mondo di gas naturale.

Controllata dallo stato russo, che possiede poco oltre il 50% delle azioni grazie ad un recente rastrellamento, ha nel suo consiglio d'amministrazione, presieduto da Dmitrij Medvedev, vicepremier del governo, ben due ministri. Il controllo diretto delle fonti di energia presuppone infatti, secondo la linea dell'amministrazione, anche un maggiore peso politico a livello internazionale. Una specie di ministero degli esteri aggiunto che esercita la sua influenza tramite la distribuzione del gas, fonte di energia sempre più presente sul mercato grazie all'aumento costante del costo del petrolio.

Nella sanguinosa cornice delle lotte geopolitiche per il controllo delle materie prime, la Gazprom, saldamente in controllo degli oleodotti nazionali e in stretto accordo con il governo Putin (proprio nel periodo di presidenza del G8), sta cercando di alzare la posta e avviare un ambizioso progetto di espansione all'estero, anche a scapito delle ex-repubbliche sovietiche. Il primo punto di questo programma è proprio la ridiscussione dei pagamenti e il termine delle agevolazioni erogate per questi paesi: ecco l'origine della crisi con gli arancioni di Yushenko.

Secondo stime russe, l'Ucraina produce 18 miliardi di metri cubi di gas, una quantità sufficiente a coprire il bisogno dei consumatori; perciò la Russia non intende sostenere l'industria ucraina vendendo gas al prezzo di 50 dollari, quando l'Europa lo paga 255. Ma la lotta per l'energia è ormai iniziata e la Gazprom ha deciso di applicare prezzi di mercato anche alle forniture verso altri paesi, "aumentando la bolletta" ad Armenia, Azerbaigian, Georgia, Moldova e paesi Baltici.

Nel mirino dell'amministratore delegato Aleksej Miller c'è poi l'Europa e, soprattutto l'Italia, con la quale ha firmato un primo accordo, tramite l'Eni, lo scorso 10 maggio a Vienna. Claudio Scajola, favorevole a questa intesa, ritiene che «l'ingresso diretto di Gazprom significa maggiore concorrenza e prezzi più bassi»; Per evitare possibili nuove crisi con i paesi confinanti, il colosso russo ha infatti deciso di diversificare il percorso degli oleodotti che portano la materia prima in Europa e, per realizzare questo progetto, ha collaborato con l'Eni e con il governo italiano alla costruzione del "Blue Stream", l'oleodotto passante per la Turchia inaugurato lo scorso novembre dai presidenti Putin e Berlusconi.

Quindi i prossimi aumenti nel costo delle forniture di gas e le limitazioni di temperatura per gli impianti casalinghi nel nostro paese non sono, evidentemente, una diretta conseguenza del freddo polare che colpisce la Russia in questi giorni, bensì l'esito di un aggressivo processo finanziario deciso dai piani alti di una amministrazione moscovita sempre più rivolta verso occidente e sufficientemente potente da imporre le proprie scelte alle amministrazioni europee.

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