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politica estera
Cina e India al bivio tra sviluppo industriale e crisi energetica ed ecologica
di Alberto Rosselli

Secondo l'ultimo Rapporto "State of the World 2006", il futuro ecologico del pianeta è nelle mani dei futuri colossi asiatici dell'economia mondiale, cioè Cina e India, due paesi che da soli, grazie ai loro 2 miliardi e mezzo di abitanti, sono destinati a bruciare e consumare, entro i prossimi 10 anni, un quantitativo di petrolio, carbone, materie prime e prodotti alimentari pari a più della metà di quello attualmente bastante per oltre la metà della popolazione mondiale. Due, stando al Rapporto, sembrano le (difficili) strade percorribili per evitare una serie di inevitabili disastri a catena causati in primo luogo dalla totale arretratezza tecnologica di Cina e India nel settore ecologico. La prima, per quanto concerne la Cina, consisterebbe nell'immediato abbandono dell'attuale corrotto regime comunista-neo-capitalista a favore di un sistema democratico vero, liberista, ma attento al sociale e all'ambiente; mentre la seconda, valida anche per l'India, consisterebbe in uno spontaneo, ma assai poco improbabile, ripiegamento in direzione di una politica di sviluppo economico commisurata alla natura dei territori, alle reali necessità delle popolazioni e basato su ricerche ed innovazioni in campo tecnologico capaci di garantire una migliore gestione delle risorse e dei consumi energetici. Questo, in sintesi, è quanto afferma l'ultimo rapporto "State of the World 2006" realizzato dal Worldwatch Institute: un documento in cui è stato annotato, con dovizia di particolari, dati e statistiche, il crescente ed allarmante impatto delle economie cinesi e indiane sull'ecosistema asiatico. Attualmente, Stati Uniti, Europa, Giappone, Cina e India sfruttano il 75% delle "biocapacità" del pianeta. Almeno la metà dei suoli compresi in un terzo dei 106 principali bacini idrografici di queste aree è stato convertito ad usi agricoli o urbano-industriali e nel solo 2004 i frequenti disastri naturali (inondazioni, smottamenti) - spesso riconducibili direttamente o indirettamente a forsennate e disordinate politiche di sviluppo - sono ammontate a 145 miliardi di dollari, due terzi dei quali da attribuire a violenti, e spesso anomali, eventi atmosferici (uragani, cicloni, oscillazioni climatiche anomale, desertificazione) e un terzo a causa di altrettanto disastrosi eventi geologici (frane, terremoti, tsunami). La relazione del Worldwatch Institute punta anche il dito contro l'Occidente, accusato di abnormi consumi. "Se la Cina e l'India avanzano a grandi passi lungo la via dei consumi, va anche ricordato che, per il momento, i livelli record registrati negli Stati Uniti e in Europa appaiono allarmanti", spiega il presidente del Worldwatch Institute, Christopher Flavin. "Negli Usa, il consumo di cereali supera di tre volte quello cinese e di cinque quello indiano. E le emissioni di anidride carbonica nordamericane risultano sei volte quelle della Cina e 20 volte quelle dell'India. Ora, se, come è probabile, in futuro questi ultimi due paesi si allineassero su questi standard di consumi energetici, potrebbero contribuire in maniera determinante al collasso del pianeta. Abbiamo calcolato, per fare un esempio esplicativo, che in tal caso sarebbero necessarie le risorse di due pianeti grandi come la Terra solo per sostenere l'economia occidentale e quella asiatica. Ed è proprio per questa ragione che molti scienziati concordano nel ritenere che gli modelli di crescita economica basati sullo sfruttamento intensivo delle risorse (sia quelli adottati da tempo in Occidente che quelli scelti in Asia) non possano più assolutamente funzionare. "La Cina e l'India - continua Flavin - sono ormai prossime a scavalcare le potenze industriali europee e statunitensi. Occorrono perciò modelli alternativi, nuovi sistemi produttivi atti a ridurre, o almeno contenere, gli eccessivi sprechi di idrocarburi e carbone" Nel 2005, la Cina da sola ha consumato il 26% del totale dell'acciaio prodotto in tutto il mondo, il 32% del riso e il 47% del cemento. Secondo i dati del rapporto "State of the World 2006", la Cina, nonostante i suoi grandi fiumi (in gran parte inquinati o sbarrati da gigantesche dighe: ostacoli approntati per produrre energia, ma che hanno anche contribuito anche a desertificare intere regioni), dispone appena dell'8% del quantitativo di acqua dolce presente sul pianeta, a fronte di un fabbisogno di una popolazione che rappresenta il 22% dell'intera comunità terrestre. Altrettanto preoccupante appare la situazione dell'India. Entro il 2025, gli scienziati prevedono un raddoppio della domanda idrica nelle città e una triplicazione di quella destinata alle industrie. E mentre nel 2005, in India, il consumo di petrolio è raddoppiato rispetto al 1992, la Cina, che a metà degli anni Novanta registrava un consumo prossimo ai livelli di auto sussistenza, nel 2004 è diventata il secondo importatore mondiale di petrolio. Il risultato è che oggi le compagnie petrolifere cinesi e indiane cercano l'oro nero in altri paesi, come il Sudan o il Venezuela, ed entrambe le nazioni hanno iniziato a sviluppare quelle che sono destinate a diventare due delle più grandi industrie automobilistiche del mondo. Non solo. I due Paesi sono rimasti i soli grandi sistemi economici dominati dal carbone poiché questo combustibile è in grado di fornire due terzi dell'energia necessaria all'industria cinese e il 50% di quella indispensabile per muovere quella indiana. Andando avanti di questo passo, India e Cina contribuiranno molto efficacemente e rapidamente al definitivo dissesto dei già precari equilibri ambientali e climatici mondiali. Ricordiamo a questo proposito che la Cina è al secondo posto mondiale in quanto ad emissione di anidride carbonica, mentre l'India è al quarto. Quali, infine, le soluzioni possibili; posto che ne esistano?. "Una speranza c'è'' - conclude il rapporto "State of the World 2006". Sia l'India che la Cina possiedono ancora un territorio ricco di potenziali fonti energetiche alternative e/o rinnovabili in grado di bloccare la corsa al carbone, al petrolio, al gas naturale, e capaci nel contempo di attirare investimenti nazionali ed esteri. L'India è già la quarta industria mondiale nel campo delle tecnologie eoliche, e con la Cina occupano rispettivamente al terzo e quarto posto per quanto concerne la produzione di etanolo". Occorrerà vedere se la corsa alla conquista dei mercati e il processo di spasmodica industrializzazione promossi, ed ormai in atto, da entrambe i governi potrà, almeno in parte, essere accantonato a favore di una politica economico-produttiva rivoluzionaria, di profilo "decrescente", come quella già auspicata dai nuovi teorici del "post sviluppo" per i quali il progresso a tutti i costi non vale certo la morte del pianeta. Tra questi, il filosofo francese di destra Alain de Benoist per il quale a fronte alla crisi economica e sociale del modello di sviluppo occidentale diventa realistico criticare la ragione stessa dell'economicismo moderno: cioè la mercificazione dell'esistente. De Benoist - individua infatti un limite ecologico alla crescita economica illimitata e propone di cominciare a fare 'decrescere' l'idea che lo sviluppo degli scambi mercantili sia una legge naturale della vita. Il filosofo transalpino porta alla luce il carattere di artificio e dominio dell'economia ponendo la critica alla civilizzazione mercantile sul piano del suo stesso fondamento sociale e politico. Una denuncia 'forte' e probabilmente motivata quella di de Benoist che, tuttavia, ben difficilmente verrà presa in considerazione non soltanto dalla Cina o dall'India, ma dallo stesso Occidente ormai proiettato verso un''idea' di progresso di per sé inscindibilmente legata al concetto di produzione.

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