Cinquanta vittime tra le sole milizie italiane a partire dal 1991. Tumori, leucemie, linfomi e melanomi come cause dei decessi. La pubblicazione di un dossier che non ha, sfortunatamente, suscitato il dovuto interesse negli organi di stampa. I risultati di una ricerca inglese a destare nuove preoccupazioni. Un nemico subdolo, osservato con preoccupazione da tutti gli eserciti, ma ancora non adeguatamente conosciuto: proviamo, ancora una volta, a porre l'attenzione sulla gravosa questione dell'uranio impoverito.
Il 27 giugno scorso l'Associazione Nazionale Assistenza Vittime Arruolate nelle Forze Armate ha presentato, nel colpevole disinteresse generale, un tristemente lucido "Libro nero", volto ad analizzare i progressi nelle ricerche italiane sui militari deceduti per esposizione alle radiazioni dell'uranio. Scorrendo l'elenco delle cinquanta vittime accertate una inaspettata scoperta: l'esposizione non è avvenuta solo in zone di guerra (sono ben note le situazioni di soldati che hanno operato nei Balcani, in Somalia e nel Golfo Persico) ma anche nei nostri poligoni di tiro. Sono quindi a rischio tutti i soggetti che hanno raccolto a mani nude proiettili e residuati bellici in semplici operazioni di pulizia del terreno. Il dossier menziona, inoltre, due casi di malformazione alla nascita per dimostrare non solo come la pericolosità di una esposizione si protragga assai lungamente nel tempo ma anche per testimoniare la triste condizione di chi ha vissuto in zone contaminate.
Nella stessa giornata, il professor Brian Spratt dell'Imperial College di Londra ha reso pubbliche le ultime ricerche riguardanti la durata del decadimento dell'uranio utilizzato nell'artiglieria pesante, confermando in pieno le tesi dell'associazione italiana. Il professore, a capo di un nutrito gruppo di scienziati indipendenti che da anni denuncia l'utilizzo in Iraq e Afghanistan di munizioni all'uranio, sostiene che i missili esplosi rilascerebbero una densa polvere radioattiva e chimicamente tossica in grado di penetrare nel terreno e di diffondersi lungo gli strati superficiali. Ogni singola deflagrazione contaminerebbe, quindi, numerosi chilometri di territorio, compromettendo definitivamente anche la salubrità delle falde acquifere. Questa "pioggia radioattiva" sarebbe, inoltre, in grado di persistere nell'aria per oltre venticinque anni, causando l'insorgere di forme tumorali e malformazioni sia tra i militari che nella popolazione civile anche a distanza di tempo (le microparticelle possono rimanere latenti nell'organismo per periodi molto lunghi); vengono così smentite numerose ricerche americane, sicure sostenitrici di effetti collaterali minori dalla durata molto limitata.
Pur non essendo ancora universalmente accettati (soprattutto dalle potenti industrie belliche d'oltreoceano) i risultati di queste ricerche indipendenti, provenienti da diversi luoghi del globo, obbligano i singoli governi nazionali a considerare il problema e, per quanto possibile, a cercare soluzioni e alternative; non si può certo rimanere indifferenti di fronte ad un coro così affiatato e variegato. Per le famiglie delle vittime, inoltre, tentare di mantenere un giusto livello di attenzione sull'argomento rappresenta l'unico modo per ripagarle, in minima parte, delle terribili e immotivate perdite che hanno subito.