"Il linguaggio plastico, come qualsiasi pensiero espresso, ha una sua logica coordinata tutta particolare con radici umane profonde, trasmette idee evoca sentimenti, racconta la vita delle cose e degli uomini". Sono parole di uno dei massimi scultori del Novecento, Mirko Basaldella, detto Mirko, (Udine 1910 - Cambridge, Massachusetts, 1969), a cui è dedicato l'annuale appuntamento materano con la grande scultura promosso dal Circolo La Scaletta; è la volta, dunque del maestro friulano, le cui opere quest'anno hanno l'irripetibile occasione di instaurare un magico ed affascinante dialogo con gli incredibili spazi dei Sassi. Nel Musma - Museo della Scultura Contemporanea, inaugurato meno di un anno fa' nelle splendide sale di Palazzo Pomarici, vengono esposti i disegni insieme alle piccole sculture, mentre nelle Chiese Rupestri di Madonna delle Virtù e S. Nicola dei Greci trovano posto, grazie al sapiente e sensibile allestimento dell'architetto Alberto Zanmatti, le grandi opere.
Sul filo delle esposizioni che a Matera, dal 1978 a oggi, hanno ripercorso la scultura del XX secolo, avendo come punto di riferimento la "profonda consistenza", il "profondo tono", la "misteriosa elaborazione" di cui parlava Roberto Melli nel 1936 e un'intuizione di Giuseppe Ungaretti, del 1967, precisa nel segnalare l' "anàbasi avente per fine l'ascensione lirica delle forme", la retrospettiva di quest'anno, dedicata a Mirko, curata da Giuseppe Appella e da Isabella Reale, attraverso un'attenta ricostruzione della vicende biografiche e della relativa fortuna critica che hanno portato alla scelta delle opere, intende essere una autentica riflessione storica sui diversi momenti attraversati dallo scultore.
Questa riflessione mette in evidenza, come ci dice Appella, "una sorta di sotterraneo ostracismo al quale Mirko è stato sottoposto già quand'era in vita, e proprio per quel fascino di interiorità che emana dalle sculture, sempre coerenti e pur audaci, di continuo tese a un equilibrio architettonico che non cancelli la trasognata leggiadria della forma, le soluzioni di anno in anno adottate contrapponendo iconografie primitive e esperienze contemporanee, Gauguin e Picasso, totem e guerriero, demoni ed eroi, mito e favola, arte tribale e avanguardia". Tanta capacità di ripercorrere, con palese manualità, le civiltà susseguitesi nei secoli, ha posto erroneamente Mirko nel limbo di un "museo immaginario" in cui rileggere la scultura di ogni tempo. Al contrario, e le opere selezionate (datate 1929-1969) tendono a dimostrarlo, l'operazione condotta avanti dallo scultore è quella di sottrarsi, battendo strade diverse dai suoi compagni di strada, all'ottocentismo, al bozzettismo di tradizione impressionista, alle stesse derivazioni cubiste e surrealiste imperanti negli anni Trenta e Quaranta.
Va detto che la "riforma" della scultura che Mirko porta avanti, variando i materiali, più che dalla ricerca formale è sostenuta da una condizione esistenziale. La sua tensione allo svecchiamento della tradizione occidentale della scultura, ferma alla rappresentazione della realtà, porta a un innesto progressivo del mito sulla ricerca di strutture e sui motivi in tensione, della figura totemica sulla maschera ad incastro. Il repertorio narrativo che ne deriva pone in risalto una coscienza di linguaggio dalle profonde radici e, al tempo stesso, dal tenace carattere di modernità. Due elementi che la mostra e il catalogo, curati da Giuseppe Appella e Isabella Reale, con contributi di altri storici dell'arte e giovani ricercatori, non solo italiani, vogliono chiarire in modo determinante.
La sua scultura, come ha scritto Cesare Brandi, "doveva costituire un fatto plastico ininterrotto ma non uniforme, un seguito di inattesi trapassi formali, che si sarebbero tolti perciò dalla soggezione e dalla suggestione di quei fatti plastici, fisici, funzionali, organici, che nei corpi viventi rispondono al nome di muscoli, di arti". Allievo a Milano di Arturo Martini, Mirko si trasferì nel 1934 a Roma, dove entrò in contatto con il gruppo antinovecentista della Galleria della Cometa e sviluppò il suo gusto per l'arcaico e per il primordiale in direzione antiaccademica e anticlassica. Nel 1937 a Parigi conobbe il cubismo e due anni dopo partecipò alla seconda mostra di Corrente; nel dopoguerra aderì al Fronte Nuovo delle arti, elaborando una sintesi neocubista al limite del surrealismo e sperimentando, accanto al legno, nuovi materiali e tecniche in una scultura mitico-totemica, anche ricca di suggestioni informali. Tra le sue opere di maggior rilevanza pubblica vanno ricordati i cancelli per le Fosse Ardeatine a Roma e il monumento per i caduti italiani a Mauthausen e il grande cancello bronzeo per le Fosse Ardeatine a Roma, che, come ha scritto Giulio Carlo Argan, "commenta, con la nusica dei suoi ritmi formali uno dei più drammatici eventi della lotta della ragione e della morale contro l'infame connubio dell'irrazionalità e dell'immoralismo"; dal 1957, fino alla sua improvvisa e immatura scomparsa,diresse il prestigioso Design Workshop della Harvard University a Cambridge nello stato americano del Massachusetts.
Determinante è risultata la collaborazione della Galleria d'Arte Moderna di Udine che, d'intesa con il Comune della città, dal 27 ottobre al 31 dicembre 2007, trasferirà nelle proprie sale e nel giardino di Palazzo Morpurgo, sede delle Gallerie del Progetto, i disegni e parte delle sculture esposte a Matera.