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cultura
Mirandolina brasiliana

"La Locandiera" al teatro Goldoni di Brasilia

di Carla Santini

Il regista brasiliense James Fensterseifer ha riletto "La Locandiera" di Carlo Goldoni e, modificandone il titolo in "Mirandolina, la taverniera" e immedesimandosi nell'operazione che Goldoni aveva dovuto fare almeno agli inizi, ha messo in scena, in un teatro di Brasilia che non a caso si chiama Goldoni, uno spettacolo in cui la commedia riformata di Goldoni e la commedia dell'arte si sono fuse in modo convincente.

Nella contrapposizione dei sessi e delle classi sociali,la borghese Mirandolina si prende gioco della nobiltà e impone il proprio buon senso,la propria scaltrezza e la propria consapevolezza di sé. E' una donna volitiva e razionale, libera dagli stereotipi di una scontata civetteria tutta femminile. La sua preoccupazione primaria è quella di amministrare bene la locanda che le ha lasciato in eredità il padre. Il padre saggiamente aveva strappato alla figlia la promessa di sposare Fabrizio, il fedele servitore che tale sarebbe rimasto grazie al vincolo matrimoniale.

Gli altri personaggi non sono quelli che una certa tradizione ci ha imposto, sono, infatti, eccessivi, sboccati, sguaiati, declinanti al grottesco come i veri commedianti dell'arte. Il marchese di Forlipopoli, il conte di Albafiorita, il cavaliere di Ripafratta, Fabrizio e Mirandolina ben si impongono con abilità a ricreare quella simbiosi col pubblico in un incalzante intercalare di battute che spingono al riso la platea. La problematica sociologica è relegata in un canto. Prevalgono sul tutto il singolo sentire, la singola azione, il singolo obiettivo che di volta in volta i personaggi esprimono. Le scene corali riprongono la piazza caotica e dinamica della società del tempo.

"La Locandiera" era stata messa in scena la prima volta nel 1752 e da allora continua a divertire e a riempire i teatri. La freschezza dei personaggi, la vivacità dei dialoghi, l'atemporalità delle situazioni sono gli ingredienti del suo successo. Goldoni,come tutti sanno, conosceva profondamnente le regole del teatro inteso come rappresentazione della realtà pulsante di una società vera e che diventa per questo paradigma per ogni tempo e contesto, almeno occidentale. Goldoni era entrato nel teatro e vi aveva vissuto osservando e guardando con attenzione le dinamiche della commedia dell'arte allora imperante e erede diretta del teatro plautino. Ma i canovacci che supportavano il lavoro dei commedianti, allo stesso tempo attori e improvvisatori, avventurieri e animali da palcoscenico, in realtà apparivano ai suoi occhi strutture di corto respiro. Goldoni volle ridare dignità ed autorevolezza agli autori e imbrigliare l'estro, le doti individuali e la sfrontatezza degli attori in una recitazione meglio incanalata e controllata che risaltasse l'osmosi tra palcoscenico e piazza, intesa, quest'ultima come qualsiasi incontro di persone; indipendentemente che si trattasse di casa, osteria, villa, salone delle feste, piazza. I quadri che ne scaturivano rispecchiavano la realtà senza l'intento di universalizzare situazioni o personaggi.

Si parla, infatti, di riforma e non di rivoluzione, di modifiche del preesistente. Il "Momolo cortesan" rappresenta il primo esempio del superamento delle esagerazioni dei guitti nei modi, nelle forme e nel linguaggio a favore delle commedie che ancora oggi apprezziamo. Quella goldoniana non fu una rivoluzione, ma una riforma, ovvero un cambiare la commedia lentamente, per non rischiare il favore di un pubblico ancora avvezzo ai lazzi della commedia dell'arte e per educare gli attori ad una recitazione contenuta. Non era il suo, anche in questo secondo caso, un lavoro semplice.

La regia di Fensterseifer ha voluto ricreare il momento in cui commedianti e guitti si stavano trasformando in attori come oggi li apprezziamo: fedeli al testo ed ai movimenti stabiliti dal commediografo ma ancora imbevuti di un dizione buffonesca e di gesti caricati. Simone Marcelo, João Rafael, Similião Aurélio, Abaetê Queiroz e André Reis hanno superbamente impersonato un gruppo di comici settecenteschi costretti a recitare un testo innovativo.

La fortuna di Goldoni continua forte grazie anche alla legittimazione della critica ottocentesca nei suoi confronti. Era stato il mentore della borghesia veneziana e italiana in genere che alla fine del settecento si stava imponendo non solo in Italia, ma soprattutto in quasi tutta l'Europa. Il teatro ottocentesco naturalistico era specchio della borghesia e di essa ne rappresentava idee e valori.

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