Nella Spagna di Filippo II, in effetti, Cervantes (1547 - 1616) e' "un vecchio poeta", un sopravvissuto di un altro secolo, con altri principi ed altri gusti. I luminari dell'epoca lo avvertivano diverso e distorto e lui disdegnava la teoria e la pratica della letteratura che allora aveva maggior credito. Il Prologo del Chisciotte, verso l'agosto del 1604, parla di questa doppia emarginazione.
Il Chisciotte e' dichiaratamente "un'invettiva contro i libri di cavalleria", ma il Prologo lo spiega solo alla fine e quasi di sfuggita, ma in cambio infila con compiacenza due autentiche chicche: da un lato la facile esibizione di "lettere umane", che da' agli autori la patente "di uomini istruiti, eruditi ed eloquenti" e in secondo luogo "la inevitabile e ricca rassegna di sonetti di maniera, epigrammi ed elogi che si e' soliti porre al principio dei libri". Che nel Chisciotte manchi questo ammasso lirico, poiche' Lope e gli altri non vollero offrirlo, puo' dipendere da ripicche personali, ma in ultima analisi corrisponde alla dissidenza tutta cervantina dimostrata chiaramente.
Il fatto e' che le mode dell'epoca ponevano sugli altari la letteratura della letteratura, la letteratura come ostentazione di un sapere il cui prototipo erano le aule dei gesuiti - tra umanesimo in declino e quattro ottavi di scolastica - la letteratura per iniziati e scelti, meno attenti alla sostanza dei concetti che al modo di "intricarli e dipanarli". Cervantes, al contrario, credeva nella letteratura della verità, dell'esperienza e della vita: una letteratura ricca di casi stupendi, non lontana nemmeno dal prodigio, ma legata fondamentalmente al criterio della verosimiglianza, come testimone quindi tra la realtà della storia e la fantasia della favola; una letteratura amena ed esemplare scritta "pianamente, con parole significative", affinche' "il malinconico si muova al riso, l'ilare lo stemperi, il semplice non si arrabbi, il discreto si compiaccia dell'invenzione, il grave non la disprezzi, ne' il prudente cessi di elogiarla".
I libri di cavalleria, nonostante i piacevoli momenti che dettero a Miguel, erano una contraddizione palese di ogni verosimiglianza ed esemplarita'. Ma Cervantes, con un po' di abuso, li presenta egualmente come specchi (per non dire allegoria) di alcuni indirizzi che meno gli piacevano della letteratura a lui contemporanea. Cosi' (bastera' un campione), i labirinti tipo "la ragione del torto che alla mia ragione si fa" e i periodi gonfiati "dal rubicondo Apollo" e la "melliflua armonia" sono lontani dall'essere cosi' archetipicamente cavallereschi come ci propongono i due primi capitoli del Chisciotte e riflettono meglio, di sbieco, il crescente prurito di "intricare e oscurare" che Cervantes contemplava con tanto allarme (e con quanta preveggenza: ben presto questi pruriti sfociarono in un vicolo cieco e scompiglio' il supremo apporto del Rinascimento spagnolo e la novita' suprema anch'essa delle lettere europee, il romanzo realista).