Le mille e una notte è lunico classico della letteratura araba conosciuto in tutto il mondo, anche se, come accade per tutti i classici, soprattutto per quelli di vasta estensione (in questo caso cinque libri), il novanta per cento delle persone lo conoscono solo per sommi capi. Ma si può dire che il destino dei veri classici è quello di essere conosciuti senza essere letti.
Le trascrizioni antiche de Le mille e una notte si possono dividere in due rami, quello siriano e quello egiziano. Il primo, che precede per epoca il secondo, è composto di quattro manoscritti, il più antico dei quali, del XIV secolo, appartenne ad Antoine Galland, il primo traduttore europeo dellopera.
La redazione siriana è comunque incompleta; tra tutti i manoscritti le notti sono appena 282 e non si conclude lultima storia. È in questo ramo che troviamo Sheerazade, la storia dei tre pomi, il ciclo del gobbo, il racconto del mercante e del genio.
Fu attraverso i copisti egiziani che le notti arrivarono a mille ed una. I manoscritti di questo ramo, con il chiaro obiettivo di giustificare il titolo, incorporarono diverse storie che circolavano in copie indipendenti, come quella della Città di bronzo, del Falso califfo, di Aladino e di Simbad il marinaio, o in antichi libri di favole come Calila e Dimna o Il libro dei sette visir.
Secondo unopinione diffusa, il libro avrebbe unorigine orientale, persiana ma soprattutto indiana, e gli arabi, commercianti, si sarebbero limitati a diffonderla. Questa concezione è oggi contestata da diversi critici.
Questa opinione sarebbe suffragata da antichi riferimenti ad un libro persiano andato perduto, Mille favole, che avrebbe contenuto la storia di Sheerazade, nonché dal fatto che nel libro sincontrano motivi letterari sanscriti.
Oggi gli arabisti contestano queste affermazioni, ma non solo, rincarano la dose ricordando le fonti arabe e preislamiche di tanti capolavori della letteratura universale. Affermano che la letteratura greca, la sorgente della civiltà occidentale, sarebbe la trascrizione di miti egizi o fenici.
Questa corrente interpretativa ascrive il Poema del mio Cid al romance arabo di Antara ibn Chaddad, il Decameron sarebbe una collazione di racconti derivati da leggende arabe, la Divina Commedia troverebbe ispirazione nelle Epistola del Perdono di al-Maari, mentre il Robinson Crusoe sarebbe un plagio del Libro di Hayy ibnu-Yaqzan di ibn Tufayl. E così libri di numerosi altri scrittori occidentali, antichi, moderni e contemporanei.
La verità, stando alla saggezza popolare, sta nel mezzo. Esistono temi e motivi arcaici che nel corso dei secoli si modificano e si adattano alle varie culture, divenendone parte e spesso fondamento, come nel caso del Poema del mio Cid o della Divina Commedia. Ma ogni scrittore è in un certo senso un plagiatore, perché assume nella propria opera echi di storie e racconti uditi, letture fuggevoli ed altre che lo accompagnano per lintera esistenza, motivi che gli rimangono impressi.
Affannarsi a dimostrare le diverse origini della storia di Sheerazade non ha senso. La critica di volta in volta afferma con assoluta sicurezza che sia sanscrita, indù, aramaica, persiana, beduina o yemenita preislamica. Ma così come possiamo leggerla, vederne qualche episodio al cinema o in tv, ascoltarne qualche racconto o soltanto sentirla dentro di sé, è essenzialmente e solamente una storia araba.