Il prossimo 13 luglio il Montenegro diventerà ufficialmente una repubblica indipendente: questo il risultato del referendum tenutosi lo scorso 21 maggio. Grazie ad una altissima affluenza alle urne (86,5%), motivata dal ritorno in patria per il voto di oltre diecimila montenegrini residenti all'estero, il movimento per l'indipendenza, guidato dal primo ministro Milo Djukanovic, è riuscito a superare di poche migliaia di voti (lo 0,5% del totale) il quorum, concordato con l'Unione Europea, del 55%. Tra lo sventolio delle nuove bandiere nazionali (l'aquila bicefala dorata su sfondo rosso) e le congratulazioni dei diversi ambasciatori (compreso un riconoscimento informale del risultato da parte del primo ministro serbo Kostunica), il primo ministro ha ufficialmente sancito, dopo una decennale battaglia, il ritorno ad un Montenegro indipendente (non accadeva dal 1918), auspicando un rapido ingrasso del paese tra i membri dell'ONU e, soprattutto, un celere avvio delle trattative per l'integrazione
all'interno della, più volte ringraziata, Comunità Europea.
Il piccolo Montenegro esisteva come regno prima della Jugoslavia, simbolo della resistenza contro l'impero ottomano che non riusciva a dominare questo popolo ribelle. Successivamente quel piccolo stato ha sacrificato la sua indipendenza e la sua autonomia in nome della creazione di un progetto più grande: la prima Jugoslavia. Per molto tempo, nei secoli scorsi, i serbi e i montenegrini, entrambi cristiani di fede ortodossa, si sono considerati un unico popolo. Oggi la maggioranza dei montenegrini, umiliata dalle spinte espansioniste della Serbia di Milosevic e punita dal suo bombardamento a Dubrovnik, ha preferito separare il proprio cammino da quello dei fratelli serbi.
Si è, così, compiuto il penultimo passo in un progressivo processo di separazione all'interno di uno scenario balcanico sempre più frastagliato ma sempre più convinto della buona riuscita di secessioni in nome dell'autogoverno e dell'autodeterminazione. Dalla fine degli anni '80 abbiamo, infatti, assistito alla proclamazione di cinque nuovi stati indipendenti (Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Macedonia, Montenegro) e, tra non molto, l'Europa sarà costretta a fronteggiare la richiesta del Kosovo, con tutte le inevitabili tensioni che ne scaturiranno. L'ala protettiva dell' Unione Europea sembra rappresentare un elemento irrinunciabile per i vari governi balcanici, disposti a consegnare una parte della propria, tanto agognata, sovranità a Bruxelles per ottenere in cambio delle chiare regolamentazioni sopranazionali. Naturalmente questo ennesimo muro innalzato non faciliterà in alcun modo il già complesso processo di integrazione ma la speranza di una comunità di stati ex-jugoslavi sottoposti
ai vincoli europei rimane l'obiettivo a lungo termine per buona parte della popolazione.
L'ingresso nell'Unione rappresenterebbe, in effetti, una buona soluzione per degli stati privi di una propria autosufficienza, costretti a pagare le nazionalistiche idee di "liberazione" con una instabilità politica, una chiusura delle relazioni con l'estero e un controllo mafioso del territorio tipico di paesi privi di stabili normative. Proprio questi sono i rischi del nuovo Montenegro: l'indipendenza potrebbe dar vita ad un altro piccolissimo (le dimensioni del Trentino) stato offshore che si sosterrà economicamente solo grazie alla deregolamentazione più spinta e all'ingresso di capitali esteri. L'interrogativo, a questo punto, è chiaro: come potranno convivere le rigide direttive europee con uno stato che farà dell'assenza di norme il proprio punto di forza? La prudenza dell'Europa di fronte a tali richieste è da ricercare proprio in questa situazione: l'eventuale affrettata approvazione di un paese candidato potrebbe, infatti, attivare un "effetto domino" difficilmente controllabile.
Ancora una volta diviene evidente la necessità di una ponderata ma decisa posizione unica da parte dell'Unione: il futuro del Montenegro e dell'intera penisola balcanica si gioca, anche, nei corridoi degli uffici di Bruxelles.