Fin dagli albori della cinematografia la figura dell'attore comico ha assunto un'importanza notevolissima anche e forse soprattutto in virtù della proliferazione di cortometraggi buffi (le cosiddette comiche) che hanno dato l'impronta ad un intero periodo, quello che nella storia del cinema è ricordato come "epoca delle torte in faccia".
Era questo un tipo di comicità definibile di grana grossa, poiché la mancanza delle parole rendeva quasi del tutto impossibile le sottigliezze umoristiche.
E' il periodo di Risolini, del Keaton prima maniera, delle prime uscite dei fratelli Marx, dei primi tempi del sodalizio Lauren-Hardy. E' anche, però, il periodo di Charlie Chaplin, che fa intravedere una comicità nuova, fatta meno di torte in faccia e più ricca di sfumature, di quei mezzi toni che poi, progredendo la tecnica cinematografica di Charlot, portarono alle opere della sua piena maturità, dove il comico e il tragico si fondono in un insieme ben calibrato.
Con l'avvento del sonoro si è verificato quasi per forza di cose un salto di qualità, poiché le situazioni farsesche non si sono affidate più solo ai gesti, bensì anche alla carica umoristica delle battute.
In seguito la comicità nel cinema si è andata sempre più evolvendo e sono sorte schiere di comici in grado di interpretare non solo storie buffe, ma anche di sostenere parti da protagonista in quella che viene normalmente definita "commedia brillante" o, in Italia, "commedia all'italiana".
E' la comicità che negli Stati Uniti ha avuto esponenti come Jack Lemmon, Tony Curtis, Walter Matthau e in Italia, soprattutto dai primi anni Sessanta in poi, ha visto fra i suoi interpreti maggiori Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Monica Vitti, Nino Manfredi e Ugo Tognazzi, solo per citare i maggiori.
Accanto a questi hanno seguitato ad avere spazio, spesso anche maggiore, i vecchi tipi di comici, quelli delle battute salaci e delle scenette insipide. Così, mentre Gassman con "Il tigre" creava una comicità sempre sull'orlo di divenire dramma, come d'altronde in dramma si era risolto "Il sorpasso", la coppia Franchi e Ingrassia riempiva le platee di mezza Italia con situazioni vecchissime e battute scontate. Qualche anno dopo, accanto ad un primo, interessante Pozzetto, vi erano i film della serie "Fantozzi" nei quali Paolo Villaggio, che pure era partito bene in televisione, cercava di perseguire quanto più possibile una comicità a livello di "rutto" (così almeno fu definita all'epoca).
Negli anni Ottanta abbiamo assistito ad un periodo di profonda crisi della commedia brillante, sempre più tesa ad uniformarsi ai film comici di grassa risata. Grandissimi attori credevano forse di non essere più capaci di far ridere se non infarcivano i propri film di battute volgari, altri si affidavano sempre più a rifacimenti più o meno velati di vecchie scenette.
Contemporaneamente nasceva però una schiera di nuovi comici che tentava di dire qualcosa di nuovo o quantomeno di impostare nuovi linguaggi e nuovi modi di far comicità cinematografica. Stando ai risultati di botteghino, pur all'interno del calo generale delle presenze, qualcosa si può dire che l'abbiano raggiunto.
Indubbiamente, il requisito fondamentale di un comico moderno,dalla fine del teatro in maschera ad oggi, quello di costituire un tipo ben individuabile, una specie di "maschera del volto", che superi i differenti personaggi via via interpretati e sia, al fondo, sempre simile ad un unico "carattere".
Un certo tipo di pubblico,andando ad assistere ad uno spettacolo di un determinato attore, vuole essere sicuro di vedere "quella" faccia, indipendentemente dall'ambiente della storia.
A questo punto viene da domandarsi quale ruolo svolgano i comici nella società contemporanea. Ci sarebbe allora da chiedersi quale ruolo essi abbiano mai avuto, dai buffoni di corte che intrattenevano i grandi feudatari in poi; il ruolo, innanzitutto, di divertire il proprio pubblico e solo in seconda istanza quello di contribuire a cambiare i costumi con la forza della satira.
Ogni attore ha il pubblico che si merita e, viceversa, ogni pubblico ha i comici adatti a sé. Se dunque si parla di crisi della comicità in Italia, vuol dire forse che è in crisi il pubblico stesso che va al cinema, o forse ancora che poca gente, di questi tempi, ha voglia di ridere.