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scienza flessibile
di Yuri Battaglia

Anni ed anni di tentativi diretti ad appassionare le nuove generazioni alle materie scientifiche e di ricerca sembrano, non solo in Italia, aver collezionato solo insuccessi. Infatti, le iscrizioni alle facoltà scientifiche continuano a rimanere basse, esattamente come le cifre degli studenti iscritti che arrivano sino alla laurea. Non aiutano le direttive dei ministeri del lavoro di tutto l'Occidente. A quanto risulta da un'indagine svolta da Maria Carolina Brandi, dell'Istituto di ricerca sulla Popolazione e le Politiche Sociali del CNR (nella sua ultima pubblicazione, Portati dal vento, Odradek Edizioni, 2006), "precarietà" e "ricerca" non sono assolutamente un binomio conciliabile. Da questa indagine risulta che, come afferma la Brandi, negli ultimi vent'anni tutti i governi dei paesi più industrializzati hanno incentivato la sostituzione di personale di ruolo con altro a contratto a termine. Diverse le ragioni per questa scelta: dalla più comune, cioè il tentativo di "svegliare" il ricercatore dal "torpore investigativo" indotto dalla sicurezza del posto, alle più complesse, che vedono il ricercatore come un vagabondo tra aziende ed accademie, sempre pronto a partire ed a trasferire le proprie conoscenze, permettendo la diffusione di queste; ed infine la maggiore libertà da pressioni e condizionamenti. Il tutto riassumibile nella sentenza oramai condivisa da tutte le amministrazioni d'Europa e d'America, cioè che la competizione sia la strada migliore per ottenere risultati più grandi, nella scienza come in ogni altro settore. Eppure, questa soluzione sembra ricca di "sviste": prima tra tutte, la certezza infondata che il lavoratore sia disposto ad accettare l'incognita della flessibilità piuttosto che la certezza del contratto a tempo indeterminato, e quindi l'annessa possibilità di avere aspettative della propria vita; inoltre la fervida credenza che la scienza, o meglio ancora il sapere, sia una merce come tutte le altre.

Chi, come la Brandi, ha analizzato questo fenomeno attentamente, con mezzi scientifici, lancia l'allarme: questa concezione, invece di seminare, sta distruggendo sempre più il futuro ricambio generazionale della ricerca scientifica. Infatti, contrariamente alle previsioni degli economisti ideatori di questa politica, gli scienziati ed i ricercatori di tutti i paesi dove queste idee sono state applicate non accettano assolutamente una vita precaria e senza approdi definitivi. Forse, una lampadina in questo senso l'avrebbe potuta accendere la notizia che, negli Stati Uniti, si stanno diffondendo a macchia d'olio i sindacati di graduate student, impegnati anche in duri confronti con le autorità accademiche; oppure le dimissioni di Haignerè, nel 2004, da ministro della ricerca francese, causate dalla mobilitazione del movimento "Sauvons la recherche"; e ancora gli scioperi, le occupazioni e le manifestazioni degli studenti degli atenei italiani, ed in particolar modo della Sapienza a Roma. Insomma, coloro a cui è stato predestinato un futuro traballante ed incerto non hanno nessuna intenzione di accettarlo. La flessibilità è vissuta come un periodo di gavetta, un obbligo piuttosto che una libera scelta per migliorare il proprio campo di lavoro. E' accettata dai più, ma solamente come breve tempo di apprendistato, dopo il quale deve seguire assolutamente un lungo periodo caratterizzato da sicurezza e diritti.

L'insuccesso del tentativo di precarizzazione della ricerca non è, comunque, segnato solo da elementi sociali: infatti, come mostrato dalla ricerca della Brandi e del suo staff, i ricercatori a tempo determinato hanno una "produzione" elevata, ma non quanto quelli stabili, <>, dato affermato anche dall'esperienza statunitense. In Italia, questo insuccesso "tecnico" è ancora più marcato: infatti il tanto decantato trasferimento delle conoscenze dovuto alla flessibilità è praticamente inesistente. Le industrie italiane non sono assolutamente interessate all'innovazione tecnologica, e quindi all'annesso finanziamento che potrebbe risollevare le sorti dettate dai tagli operati dal governo. Tutta questa serie di dati, in realtà, non sono altro che l'aggravarsi di fatti già precedentemente denunciati, in un'altra inchiesta, sempre dal CNR: la situazione sembra sempre più peggiorare, soprattutto nel nostro paese. Tagli, finanziamenti mancati, pensare la ricerca come una merce qualunque e precarietà sono i reagenti giusti per ottenere l'annullamento del prodotto: il nostro futuro. (fonte: "le Scienze")

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