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speciale i romani in Cina
globalismo ante litteram
di Giuseppe Martino Martinelli

Lijian non è stata l'unico contatto fra l'impero romano e le cività orientali. Molte testimonianze sono state raccolte sia nella letteratura latina che in quelle orientali riguardo scambi economici e culturali fra queste società molto lontane. Lontanissime non solo dal punto di vista geografico, ma anche da quello culturale.

Plinio racconta che durante l'impero di Claudio, P. Annio Plocamo sbarcò, spinto dai monsoni, a Ceylon, che allora si chiamava Taprobane. Il principe Rachia, che governava l'isola, qualche anno dopo (intorno al 50/56 d.C.) si recò a Roma in visita d'amicizia insieme a quattro ambasciatori. Nonostante non siano pervenute altre notizie riguardo i contatti tra Roma e Ceylon, si pensa che siano stati effettivamente istaurati dei rapporti di tipo commerciale tra l'Impero e l'isola.

Anche Anneo Floro racconta di ambascerie di regni lontanissimi. Dopo la battaglia di Azio (31 a.C.) e l'istaurazione della Pax Augustea, molte delegazioni partirono effettivamente alla volta di Roma da ogni angolo del mondo conosciuto, per sancire trattati di pace e suggellare la loro amicizia con Roma. Fra le tante, anche quelle dei Seri e degli Indiani, che portavano in dono elefanti carichi di pietre preziose. Anneo Floro li descrive come abitanti dell'Equatore, e spiega le loro diversità somatiche come conseguenza della nascita sotto un'altro cielo. Si sofferma anche nel notare le enormi distanze che li separarono; gli ambasciatori avevano infatti impiegato circa quattro anni nella "traversata".

A suffragio di questi interscambi è da notare che sia a Ceylon che nell'India meridionale sono state rinvenute monete di età neroniana. Il commercio con l'India, in particolare, spaziava dalle spezie, richiestissime, alle perle. Svetonio racconta di una perla indiana regalata da Cesare a Servilia, la madre di Marco Bruto, pagata la bellezza di 60000 sesterzi. I Romani pagavano sia in monete (come dimostrano i ritrovamenti), sia in materiali (vetro, rame e piombo) sia barattando i propri prodotti, come il vino. Inoltre sia gli indiani che altre popolazioni orientali avevano una vera e propria adorazione per il corallo napoletano, seconda solo a quella dei romani per le perle indiane, come fa notare Plinio il vecchio.

E' da attribuire probabilmente ad un dono, e non al commercio, la conturbante statuetta della dea Laksmi, ritrovata nella casa di un mercante di Pompei, così come gli oggetti di bronzo di produzione campana trovati in una sperduta regione dell'India centrale.

In genere, comunque, si parla di contatti casuali, dovuti a singoli mercanti romani in cerca di merci pregiate. A questi sporadici contatti si deve probabilmente il ritrovamento di tessuti greci di età augustea in Mongolia, perfettamente conservati dalla scarsa umidità della regione, come di altri ritrovamenti in Corea, Malacca, Thailandia, Vietnam (la Cocincina).

Fino a vent'anni fa era difficile immaginare un romano fuori dall'impero, mentre oggi, a seguito di questi ritrovamenti (e di molti altri), l'importanza dei mercanti romani si è notevolmente accresciuta e i rapporti commerciali ed economici fra Roma e l'oriente non sono più solo fanta-archologia.

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