Parabiago è un piccolo centro del Milanese oggi conosciuto per la produzione di scarpe, come in altri tempi lo fu per i mobili detti maggiolini. Eppure per secoli a Milano e dintorni il suo nome stava a significare una delle battaglie più sanguinose del Medioevo lombardo e italiano, il cui ricordo tra le popolazioni era molti secoli dopo più vivido di quello della battaglia della vicina Legnano, che pure è ben più rilevante dal punto di vista storico. La grande presa sull'immaginazione popolare si deve all'aura prodigiosa che aleggiò su quell'episodio d'arme, rendendolo più simile ad un racconto cavalleresco che non ad un avvenimento storico. Ma procediamo con ordine.
Azzone, figlio di Galeazzo Visconti, succedendo nel 1332 al padre nel governo di Milano, si era autonominato Generale del Ducato ed aveva comperato da Ludovico IV il Bavaro il titolo di Vicario imperiale, in contrasto con il Pontefice cui spettava tale nomina. Per rafforzare la sua posizione aveva associato nel governo della città i suoi zii Lucchino (o Luchino) e Giovanni, arcivescovo, ma si era trovato in urto con un altro zio, Lodrisio. L'anno seguente il Vicario, che nel frattempo aveva rafforzato la propria posizione sposando Caterina di Savoia, scoprì una congiura e, malgrado fosse soprannominato Il Pio, non esitò a reprimerla duramente. Lodrisio, capo del movimento, si vide costretto ad esulare, prima a Como, poi a Verona. Nella città scaligera Lodrisio si dette ad organizzare alcuni fuoriusciti milanesi e ad assoldare armigeri tedeschi e svizzeri, fino a mettere insieme un esercito di 2500 lance (7500 uomini a cavallo), 800 fanti e 200 balestrieri. Comandante della compagnia di San Giorgio, composta di svizzeri e tedeschi, fu Werner von Ursinlingen, tristemente famoso tra gli italiani di allora come duca Guarnieri. Se gli storici non sono d'accordo sul numero dei caduti (chi parla di 6800, chi di 4000), la presenza del duca Guarnieri riduce di un terzo la forza della cavalleria. Ai suoi tempi l'unità base era la barbuta, formata da due soli uomini. La lancia di tre cavalieri fu introdotta in Italia qualche anno dopo dall'inglese John Hawkwood, anche lui tristemente noto come Giovanni Acuto.
Con queste truppe Lodrisio, raggiunse ed oltrepassò l'Adda e, autoproclamatosi Signore di Castelseprio, puntò su Legnano. Intanto a Milano si erano riversate migliaia di persone in fuga. Azzone era immobilizzato da forti attacchi di gotta, per cui l'incarico di organizzare la difesa venne affidato allo zio Lucchino. A difesa della città rimasero 700 cavalieri, mentre il resto dell'esercito si diresse incontro al nemico. Dicono gli storici che si trattasse di una massa di 800 cavalieri milanesi, 2000 tedeschi comandati da Rainaldo de Lonrich, 300 savoiardi, dai 600 ai 900 ferraresi (sempre per il discorso delle lance e delle barbute) e di un numero imprecisato di fanti, tra i quali 300 savoiardi.
La battaglia ebbe luogo domenica 21 febbraio 1339. Gli uomini di Lodrisio si diressero verso Parabiago divisi su tre colonne. L'avanguardia ducale, comandata dal Lonrich, fu sbaragliata, centinaia di soldati rimasero cadaveri sulla neve alta e Giovanni di Vercellino Visconti e lo stesso Lonrich caddero prigionieri. Giunse in soccorso Lucchino, la cui figura nel racconto degli storici assurge ad una statura da epopea, un Cid Campeador ambrosiano. Ma i milanesi furono costretti a retrocedere fino alla piazza di Parabiago, dove furono assaliti da tre lati e tutto il paese divenne una enorme distesa di cadaveri e di carogne di cavalli. Lo stesso Lucchino, dopo aver atterrato decine di nemici, fu fatto prigioniero e legato ad un noce. I suoi uomini si dettero alla fuga ma molti di loro, disarcionati e impacciati dalla neve e dalle armature, furono finiti sul posto. Era circa mezzogiorno e, con questa seconda fase, la battaglia sembrava conclusa.
Arrivarono in soccorso i ferraresi ed i savoiardi e, insieme ai resti delle file di Lucchino, ripresero i combattimenti, riuscendo a liberare il condottiero milanese ma rischiando di soccombere a loro volta ai tedeschi. Fu a quel punto che, secondo la tradizione, avvenne il miracolo. Stando a quanto riportano le vecchie cronache, il cielo grigio invernale si squarciò e apparve la figura di Sant'Ambrogio con uno staffile nella mano destra; il santo scese da cavallo e si mise a scudisciare le file nemiche. I milanesi gridarono al miracolo e, suggestionati, si misero a combattere con più energia, mentre i lodrisiani erano stanchi ed appesantiti dal vino saccheggiato nelle cantine del paese. Mentre sembrava che i tedeschi stessero per prendere ancora una volta il sopravvento, le truppe del condottiero milanese Roberto Villani riuscirono a sbaragliare gli avversari. Lodrisio fu preso prigioniero con pochi dei suoi mentre tentava di raggiungere Legnano; gli altri furono trucidati dai legnanesi inferociti per le soperchierie che avevano dovuto sopportare nei giorni precedenti. Il giorno seguente Azzone con una gran folla di milanesi esultanti si recò a visitare il luogo della battaglia e nella chiesa parrocchiale investì cavalieri i giovani che più si erano distinti in battaglia.
Sul luogo dell'apparizione, dove era anche il noce, fu eretta una chiesa dedicata a S. Ambrogio della Vittoria. Per secoli durò la tradizione di recarsi il 21 febbraio in processione da Milano a Parabiago, fin quando l'usanza agli inizi del Cinquecento fu abolita, sembra a causa delle intemperanze di giovani poco devoti o perché si trovavano sempre meno fedeli disposti ad affrontare il cammino. Uguale sorte toccò alla Messa istituita dall'arcivescovo Giovanni Visconti, cancellata nel 1582 dai messali ambrosiani da S. Carlo Borromeo.
Con tutto il rispetto per la figura e l'opera del santo vescovo Ambrogio, ad una mente razionale appare non tanto inverosimile il miracolo, bensì il fatto che ancora in anni recenti gli storici locali hanno dato per scontata la dinamica soprannaturale degli avvenimenti, così come nei secoli passati avevano fatto alcuni storici del Ducato di Milano. Testimoni diretti non ve ne furono; il messo che portò la notizia a Milano raccontò il fatto fra la commozione del popolo tutto, ma non è detto che l'avesse visto di persona e nessuno dei protagonisti della battaglia ha lasciato una testimonianza scritta dell'episodio. Le testimonianze più antiche ne parlano per sentito dire fu visto da alcuni, dicono altri... e anche se il santo fosse o meno a cavallo c'è discordanza. Quello che invece è sicuro è che immagini di S. Ambrogio armato di staffile erano precedenti di circa due secoli alla battaglia, nell'iconografia che vedeva il santo come fustigatore degli eretici. Non si può escludere che qualcuno sia stato suggestionato dalle grida di Viva Sant'Ambrogio innalzate dai milanesi e abbia creduto di vedere il santo così come era abituato a vederlo nelle effigi.
Eccessi di valutazione sul numero dei combattenti, miracoli e suggestioni varie non scalfiscono però il fatto che la battaglia di Parabiago resta uno degli episodi più belli e sanguinosi della storia medievale italiana, anche se ingiustamente dimenticato.