Non è molti anni che Giuseppe Gioacchino Belli, un tempo etichettato come poeta minore, in quanto dialettale, sta guadagnando spazio nei manuali scolastici, che sono lo specchio di quanto accade nel campo della critica letteraria.
Belli, in realtà, molto prima e molto più che in Italia, godette di una notevole considerazione all'estero. Sainte Beuve scriveva nel 1845: "Il signor Gogol mi dice d'aver trovato a Roma un vero poeta popolaresco, chiamato Belli, che scrive sonetti che fanno catena e formano un poema. Me ne ha parlato a fondo e in modo da convincermi del talento originale e superiore di questo Belli, che è restato così interamente sconosciuto a tutti i viaggiatori".
In poche righe si viene a scoprire che il nome di Belli non era sconosciuto al francese fondatore della moderna critica letteraria e la sua poesia apprezzata dal grande autore russo. Un bel colpo per un poeta che scriveva in dialetto e per diletto, non nutrendo ambizioni né segrete speranze di gloria letteraria. Nell'ambiente dei letterati Belli ci stava in un modo del tutto diverso, occupando l'ufficio di censore teatrale per il governo pontificio.
È simpatico immaginare l'occhiuto funzionari che di giorno taglia scene e cambia nomi di personaggi ed ambientazioni per permettere la messa in scena di opere liriche e drammatiche, spesso capolavori che in altri Stati italiani venivano rappresentati senza problemi, mentre di sera, nella tranquillità del suo studio di casa, metteva a nudo i mali e i limiti di una società prossima alla fine.
Lo straniero Bovet aveva studiato letteratura italiana a Zurigo e dal suo maestro Morf aveva sentito definire il Belli "uno dei più grandi poeti del nostro XIX secolo". Stabilitosi a Roma nel 1891, si chiedeva come, nonostante la pubblicazione dei Sonetti, due anni prima, il poeta fosse così poco conosciuto ed apprezzato in Italia.
Bovet ritrovava nei sonetti del Belli molta della Roma che lui stava piacevolmente scoprendo, una città diversa da quella di quarant'anni prima, perché con l'Unità d'Italia molte cose erano cambiate e molte stavano cambiando, soprattutto nell'assetto urbano, però ancora simile a quella di un tempo nella mentalità del popolo, soprattutto di quello trasteverino.
La padrona di casa di via della Lungara, dove abitò a pensione per i primi due mesi, era terrorizzata che al "sor Bovatte" succedesse qualcosa di spiacevole, per cui lo faceva accompagnare dai suoi tre figli; lui scrisse nel suo diario "Ettore, Ercole e Achille sono nomi rassicuranti". Poi Bovet si fece coraggio e andò ad abitare da solo, rientrando a tarda sera per le stradicciole oscure di Trastevere senza che gli accadesse mai alcunché di spiacevole, nonostante l'abito di gala e la tuba in testa. "Chi va dritto per la sua strada - scrisse - non corre più rischi in Trastevere che in altre zone della città". Ed è quello che succede anche oggi, in certe città del mondo considerate pericolose, dove il turista che si guarda attorno con aria sprovveduta viene subito individuato, mentre chi ostenta sicurezza non viene disturbato.
La "Roma poverella", uscita in francese con il titolo "Le peuple de Rome vers 1840, d'aprèes le sonnets en dialect transtévérin de G. G. Belli (contribution à l'histoire des moeurs de la ville de Rome)" prende in esame la vita dei romani attraverso i sonetti del Belli. Le osservazioni sociologiche che lo straniero può fare di giorno in giorno sono rafforzate dai versi del romano, anche se scritti cinquant'anni prima, in un periodo in cui non si avvertiva ancora che lo Stato Pontificio, dopo tanti secoli, fosse destinato a scomparire.
Il Bovet osserva come si comportano gli innamorati, come viene vissuta la vita coniugale, quanta importanza per il romano abbia la figura della madre, come vengono educati i figli, qual è il sentimento del tempo e della morte per il trasteverino e si accorge che i versi del Belli ancora rappresentano appieno il popolino.