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speciale pensioni
la riforma epocale

tutto cominciò con il passaggio dal retributivo al contributivo

di Vittorio Sordini

Seguendo i vari dibattiti televisivi, quasi ogni giorno si registra un intervento incentrato sulla necessità di porre in essere le "necessarie" riforme: quella del sistema giudiziario per garantire la irrinunciabile rapidità nello svolgimento dei processi; quella delle pensioni per garantire la stabilità del patto sociale tra nuove e vecchie generazioni e via dicendo. Probabilmente l'affrontare tali problematiche dà l'illusione al militante di questo o quel partito politico di trasformarsi per incanto in "Statista"; peccato che l'ignoranza (proprio nel senso letterale della parola) su questi due argomenti sia di proporzioni smisurate.

E' lecito domandarsi se questi personaggi si siano accorti che negli ultimi anni si sono susseguite, anche in rapida successione, diverse riforme del sistema pensionistico italiano. Una di queste è da considerarsi epocale per l'introduzione di nuove regole: "Riforma Dini 1995". Si tratta di una riforma epocale perché ha trasformato il sistema pensionistico italiano da "retributivo" in "contributivo".

Il diverso significato dei due aggettivi qualificativi di fatto si riflette sulla determinazione di due categorie di cittadini. Quelli che godono e continueranno a godere del sistema retributivo e coloro i quali dovranno fare i conti con il sistema contributivo.

Per percepire pienamente la differenza delle due situazioni basta porsi una domanda: di quale capitale avrò bisogno nel momento in cui andrò in pensione per avere garantita una stabilità del mio tenore di vita?

Il sistema retributivo risponde con sufficiente precisione, perché chi ne beneficia sa di poter contare su una cifra la cui determinazione si realizza tramite una certa percentuale (circa l'ottanta per cento) della media della retribuzione degli ultimi anni di attività lavorativa.

Non possiamo dire la stessa cosa nel caso del sistema contributivo. Coloro che ne beneficiano si devono interrogare circa la perdita del potere di acquisto delle quote accantonate nei primi anni di attività lavorativa. La speranza è riposta nella capacità del sistema di creare un incremento del capitale accantonato tale da poter generare una rendita adeguata al mantenimento del tenore di vita .

Disponendo di dati precisi possiamo tranquillamente esercitarci con successo nel determinare quale sarà il montante (capitale + interessi) e quale sarà la rendita vitalizia (la cifra che verrà erogata mensilmente). La domanda alla quale non è possibile rispondere è quale sarà la riduzione del tenore di vita, al momento della cessazione dell'attività lavorativa, dipendente dalla perdita del potere di acquisto della rendita vitalizia.

Perché si è posta in essere una simile riforma? Le rilevazioni contabili sul bilancio dell'ente preposto a garantire il sistema pensionistico hanno rivelato che il sistema non avrebbe tenuto in futuro. Per esigenze di bilancio si è abdicato rispetto ai contenuti dell'articolo 38 della Costituzione Italiana: "I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria." Si è creata una situazione in cui nello stesso sistema pensionistico convivono due realtà: i pensionati di serie A e i pensionati di serie B.

Si vorrebbe far credere che tutto ciò si sia verificato per inevitabili ragioni demografiche. Prima fra tutte l'allungamento della durata media della vita. Sarebbe interessante fare delle considerazioni circa il dato relativo alla vita media, considerando che l'arco temporale che si prende in esame è estremamente lungo e denso di avvenimenti. Le guerre accorciano la vita media; la riduzione della mortalità infantile allunga la vita media. Tutto ciò in termini percentuali, ma in valore assoluto la differenza dell'indice di mortalità di soggetti adulti è influenzato da altri fattori. Tra quelli che producono un allungamento della vita media possiamo annoverare le scoperte scientifiche, il miglioramento delle condizioni igieniche..., al contrario quelli che determinano una contrazione possono essere l'aumentato rischio nella circolazione stradale, l'abitudine dei giovani di concentrare nel fine settimana attività che si dimostrano estremamente rischiose, la disponibilità di mezzi di trasporto potenti anche in giovane età, l'inquinamento in generale, l'uso di sostanze che incidono negativamente sulla salute, il peggioramento dell'ambiente e, per usare un modo di dire tanto in uso per quanto odioso ed inutile," e quant'altro". Di fatto l'affermazione che l'età media si sia effettivamente allungata in termini reali non appare così facilmente sostenibile.

Potrebbe essere interessante fare qualche riflessione su come in passato si siano utilizzati i fondi dell'Ente Previdenziale. Forse il principio di prendere le risorse là dove si trovano (che ha primeggiato nel comportamento dei vari Governi talvolta addirittura denominati " balneari" con chiara ed inequivocabile allusione alla durata prevista) è la causa della situazione contabile determinatasi per il sistema pensionistico italiano ante riforma 1995.

Non bisogna cadere nella tentazione di sparare con alzo zero ed indiscriminatamente; è tuttavia necessario approfondire e valutare perché le conseguenze sul nostro futuro e su quello dei nostri figli sono di una entità tale da richiedere la massima attenzione.

Recentemente il Ministro dell'economia Giulio Tremonti, nel corso di una intervista radiofonica ha affermato che una ulteriore riforma delle Pensioni non sembrerebbe necessaria. E' di questi ultimi giorni l'intervento del presidente dell'Inps pubblicato da una importante Agenzia di informazione con il seguente testo:

ROMA - Il sistema previdenziale italiano è in "equilibrio" e non è necessaria una nuova riforma delle pensioni. Il presidente dell'Inps, Antonio Mastrapasqua nella sua Relazione annuale lancia un secco altolà ai ripetuti appelli di una revisione del sistema previdenziale. Mettendo in chiaro il buono stato di salute dell'Inps. "I conti - dice - sono a posto. Il bilancio 2008 dell'Istituto presenta un saldo attivo di più di 11 miliardi di euro".

Sarebbe un vero peccato se queste affermazioni destassero gli appetiti per un nuovo "assalto alla diligenza", secondo il vecchio stile che per fare è necessario prendere e si prende la dove c'è. Al contrario sarebbe auspicabile che, valutando la dinamica dei conti, si pensasse a restituire ai cittadini che beneficiano del sistema contributivo la possibilità di pensare all'età pensionabile con la stessa serenità di coloro che godono del sistema retributivo. Ma bisognerebbe pensare soprattutto a quel drappello di poveracci che si trovano nella terra di nessuno: si tratta di coloro che avrebbero maturato il diritto ad andare in pensione se non fossero intervenute la riforma "Maroni" e la riforma "Prodi", che di fatto ha introdotto ben altre situazioni di iniquità. Basti pensare che facendo il confronto tra due soggetti a parità di anzianità lavorativa e a parità di età (nati nello stesso anno ma in due semestri differenti) quello nato nel secondo semestre vede allungata la propria età pensionabile fino al raggiungimento del 40° anno di contribuzione, mentre quello nato nel primo semestre potrà andare in pensione molto prima.

La supplica che bisognerebbe rivolgere a questi "statisti" privi della minima curiosità è quella di informarsi prima di effettuare sproloqui. Basterebbe che usassero il ditino indice per cliccare e ricercare su internet quel coacervo di informazioni che permetterebbe loro di essere e non cercare di apparire persone degne di interessarsi della "Cosa Pubblica".

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