La stragrande maggioranza del popolo brasiliano (circa il 65%) ha risposto "no" alla richiesta referendaria di proibire la vendita di armi e munizioni ai privati. L'affluenza al voto, domenica 23 ottobre, è stata altissima nonostante le poche ore previste per le votazioni ed i risultati sono stati a disposizione dei media già in serata, dato che i 122 milioni di elettori avevano a disposizione urne elettroniche.
Fino a non molti giorni prima della consultazione le ricerche demoscopiche davano vincente il "sì" addirittura all'80%. Cosa sia accaduto sarà oggetto di approfondite analisi probabilmente per lungo tempo. A caldo c'è chi scrive, con malcelata e sicuramente gratuita malignità, che si è trattato di una chiara indicazione di sfiducia nei riguardi del Presidente. Un diffusissimo ed autorevole quotidiano, accanto ai titoli sulla vittoria del "no", ha rimesso in pagina una foto di Lula e signora che indicano "due" con le dita (l'opzione due era quella proibizionista). Va detto che nella campagna a favore del "sì" il Presidente era in compagnia di uno schieramento trasversale a tutti i partiti politici, nonché delle Chiese e di tutta l'intellighenzia del Paese, intellettuali, cantanti, attori, artisti.
Ma, evidentemente, la maggioranza degli elettori non ha ascoltato gli appelli. In primo luogo perché il Brasile è un Paese in cui per il privato cittadino acquistare armi è già abbastanza difficile dopo l'emanazione dello Statuto del Disarmo (dicembre 2003), una legge estremamente restrittiva sulla detenzione ed il porto di armi. In conseguenza dell'approvazione dello Statuto i negozi di armi sono drasticamente diminuiti, essendo riservata la caccia ai soli residenti in zone rurali isolate ed in grado di allevare la propria selvaggina, mentre la possibilità di detenere armi è concessa, oltre che agli appartenenti alle forze dell'ordine ed ai poliziotti privati, solamente ai tiratori sportivi registrati ed ai collezionisti autorizzati.
In secondo luogo il cittadino comune sa benissimo che i delinquenti non vanno in armeria ma, in Brasile come nel resto del mondo, hanno i loro canali di approvvigionamento, del tutto al di fuori del mercato ufficiale. Lo scrisse anche il nostro Leonardo Sciascia ne "I pugnalatori", criticando la decisione del governo piemontese, poco dopo la presa di Palermo, di vietare il commercio di armi, una norma che colpevolizzava il cittadino onesto e non disturbava minimamente i malfattori. Lo abbiamo visto, in tempi abbastanza recenti, con la legge italiana del 1975 che portò milioni di persone a disfarsi non solo dello schioppo del nonno ma anche della carabinetta ad aria compressa del figlio, senza che per questo il terrorismo (per combattere il quale la legge era stata emanata) ne risultasse, ancora per diversi anni, minimamente indebolito.
Il Brasile non assomiglia agli USA. Meno del cinque per cento dei cittadini detiene un'arma in casa (che non significa poter portarsela appresso) a fronte del 34% dei cittadini statunitensi. Probabilmente l'enorme costo per mettere in piedi la macchina referendaria (peraltro impeccabile e da prendere a modello) poteva essere risparmiato ed i fondi destinati ad altre più impellenti incombenze. Ma se qualcuno era alla ricerca di popolarità a buon mercato ed il referendum doveva esserne un facile mezzo, ha evidentemente mancato (ehm, stavo per dire il bersaglio) il suo obiettivo.