A Palazzo Zabarella, nel centro storico di Padova, non lontano dalla Basilica del Santo (come lo chiamano i padovani senza nominarlo perché di Santi come lui non ce n'è nessuno), è stata inaugurata il 14 settembre 2002 una bella mostra dell' "ultimo Picasso". Le opere vanno dal 1961 al 1972 (ultimo anno di vita del pittore, morto nel 1973) e, se si tiene conto che Picasso era nato nel 1881, sono state dipinte in età dagli ottanta ai novant'anni.
La mostra è aperta ancora per pochi giorni, fino al 12 gennaio del 2003 e, se passate da quelle parti in questo periodo di feste post-natalizie, farete bene a visitarla.
Anzitutto, la mostra è magnificamente allestita. Le pareti sono rivestite di panno nero e le luci cadono direttamente sui dipinti lasciando nella penombra le stanze ed i visitatori.
Poi, va messo in rilievo che il cosiddetto "ultimo Picasso" non è molto conosciuto e, a trent'anni dalla morte dell'artista, i critici sono ancora divisi ed incerti sul valore da attribuire alle sue opere tarde (del resto, su che cosa i critici non sono perennemente divisi ed incerti?).
Sono quadri coloratissimi, dipinti da un vecchio monello che gioca con le forme semplificandole e combinandole per costruire dei mostri gioiosi.
I soggetti sono pochissimi e semplici: soprattutto teste maschili o femminili, altre volte figure intere magari abbinate per dar vita a curiose coppie di amanti. Le teste sono spesso autoritratti oppure diventano dei personaggi storici, vecchi barbuti di origine classica oppure moschettieri o toreri. I "modelli" per questi quadri non vengono dalla realtà ma sembrano provenire, per trasposizione, da ritratti di El Greco o di Rembrandt. L'artista, ormai vecchio, ha perduto quasi tutti i suoi amici e vive solo con la sua ultima donna, la sua Jacqueline. Possiamo immaginare che per lui il dialogo con la realtà non conti ormai molto e, invece, gli si imponga il confronto ideale con i grandi pittori del passato. Pittori che lui saccheggia, come aveva sempre fatto, straziandoli e reinventandoli.
Quel che colpisce è la straordinaria padronanza del segno. Si direbbe che Picasso inizi a dipingere senza sapere quel che fa e che solo in un secondo momento la combinazione delle forme faccia nascere, quasi per caso, quei personaggi strani ma vivi. E' quel che faceva anche Paul Klee, con più metodo ma con minor forza espressiva.
Visitando la mostra mi sono ricordato che Braque, che all'epoca del cubismo fu il suo più accreditato rivale, aveva definito Picasso, in una intervista, un grande "caricaturista dell'arte". Penso che avesse ragione e che volesse dire non già che le sue figure sono delle caricature (anche se, con quei nasoni, quegli occhi sovrapposti o divaricati, quei sessi fuori posto, si potrebbe pensare anche questo) ma piuttosto che Picasso faceva la caricatura alla storia dell'arte, cioè agli stili ed alla stessa arte della pittura.
In questi quadri il dramma che l'artista sembra voler esibire finisce col diventare piuttosto un divertimento molto vitale e, in definitiva, da quelle opere un po' grand-guignolesche non rimaniamo spaventati.. Ci sembra anzi di poter dire che sono opere "carine"...
Un'ultima considerazione si impone. Picasso è morto, come si è detto, da trent'anni. Oggi che la sua intensa e varia parabola artistica è ampiamente conclusa e storicizzata possiamo domandarci se la sua eredità sia passata alla storia dell'arte. Occorre domandarselo perché una rivoluzione artistica come quella cubista e post-cubista sembrava voler inventare una nuova "prospettiva" cioè un nuova visione del mondo che si sarebbe imposta agli artisti per almeno un secolo. Ma, su questo, punto, mi sembra di poter dire che ben poco di quel che Picasso ha fatto è passato agli artisti delle generazioni successive. Se si eccettuano i "picassiani" che lo imitarono apertamente senza riuscire a trovare nel linguaggio post-cubista elementi di continuità pittorica autonoma e creativa, gli artisti che sono venuti dopo di lui hanno realizzato opere eccellenti solo quando si sono allontanati dal suo discorso artistico.
Al contrario di altri artisti del passato (soprattutto Giotto) che lasciarono ai loro successori grandi strade aperte, Picasso si adoperò per tutta la vita a chiudere ogni via ai suoi successori, a coprire con le sue opere tutte le varianti del suo linguaggio e, in definitiva, a rendersi "inimitabile". Fu nell'arte, come nella vita, un terribile egoista e tiranno, come accade talvolta che sia qualche nostro vecchio antenato che ha dilapidato ogni sua fortuna senza lasciar nulla ai nipoti. In definitiva, la sua rivoluzione ha distrutto il grande patrimonio artistico post-impressionista, che aveva permesso nel primo novecento la formazione di decine di grandi geni pittorici di varie nazionalità, ma non ha saputo né voluto dar vita ad un nuovo linguaggio artistico condiviso dalle generazioni successive.
Certamente, su un altro piano, qualcosa di Picasso è rimasto e si è trasferito agli artisti del '900. La sua capacità di stupire, di fare scandalo, ha fatto scuola. Ma ancor oggi è difficile dire con quanto di bene e quanto di male per l'arte del presente e del futuro.