Nel numero di aprile avevo iniziato una riflessione sui molti pregi, ma anche difetti, della riforma del servizio militare in Italia. Lo spazio avaro mi aveva impedito però di apportare alcune considerazioni di ordine storico che mi consentiranno ora di concludere il discorso.
Praticamente tutta l'Europa Occidentale ha ormai abolito o si appresta ad abolire - seguendo il sistema anglosassone - il servizio di leva obbligatorio in nome di eserciti più contenuti nel numero ma formati da volontari: eserciti, tra l'altro, non più finalizzati alle grandi battaglie campali del XX secolo, ma alle sempre più frequenti missioni all'estero, che certamente richiedono non più "carne da cannone", ma professionisti scelti. La domanda che si pone a questo punto è se tutto ciò alla lunga si riveli un bene od un male; e proprio per rispondere a questa domanda sarà necessario un rapido excursus storico.
Sino alla fine del XVII secolo gli Stati del Vecchio Continente facevano largo ricorso alle milizie mercenarie, ma a partire dai primi anni del XVIII la Prussia, imitata presto dalle altre potenze, razionalizzò il sistema reclutando soldati regolari tra i cittadini propri o di altri Stati. In tal modo gli eserciti soddisfecero perfettamente i requisiti dell'assolutismo illuminato, che erano quelli di avere uno strumento militare valido e rigidamente disciplinato, con il quale rendere le guerre più brevi e meno sanguinose per sé e per gli altri. Con tale sistema infatti si evitavano gli orrori perpetrati dalle truppe mercenarie che, con i loro saccheggi e devastazioni, avevano praticamente desolato l'Europa nei secoli precedenti. Questi eserciti di soldati di mestiere inquadrati e guidati da gentiluomini di carriera usciti dalle Accademie militari (un'altra innovazione dell'Illuminismo) avevano dato buona prova di sé sino al 1792, allorché la Francia repubblicana riesumò il concetto romano di popolo in armi riadottando l'antico sistema della leva generale dei cittadini. Fu una riforma di straordinaria importanza. Infatti la rivoluzione non solo fu in grado di mettere in campo quegli eserciti "straccioni" ma di massa che in breve tempo surclassarono gli eleganti eserciti d'élite dei sistemi assolutistici, ma poté contare anche su delle truppe fortemente motivate dallo spirito nazionale e dalla convinzione di combattere per la libertà propria e persino per quella degli altri popoli.
Con la formazione dell'Italia Unita il nuovo Regno adottò il sistema sardo dell'esercito di leva modellato sull'esempio francese, in luogo del volontariato che era ancora in uso negli altri Stati italiani scomparsi. Fu una soluzione mirata e voluta che poteva dispiacere ai tanti cittadini non abituati alla coscrizione obbligatoria, ma che ebbe un'influenza notevolissima sulla formazione della coscienza nazionale. Non si potrà forse mai comprendere a fondo la lungimiranza dei governi e delle autorità militari dei primi decenni dell'Unità che, mescolando soldati del nord e del sud, facendo prestare il servizio militare in regioni lontane da quelle di nascita, imponendo l'uso dell'italiano ed offrendo ai soldati di leva anche l'opportunità di apprendere i rudimenti dell'alfabetizzazione, poterono procedere al perfezionamento di quel processo risorgimentale, che nel 1861 aveva fatto l'Italia, ma che doveva ancora educare i suoi cittadini a considerarsi un popolo.
L'Esercito italiano dette la massima prova di sé durante la prima Guerra Mondiale allorché, soprattutto dopo Caporetto, rappresentò veramente il cemento della nazione. Superato il secondo conflitto, dove molteplici e sofferte ragioni più politiche che militari portarono alla debellatio dello Stato monarchico e delle sue Forze Armate, e concluso felicemente anche il periodo dei blocchi contrapposti e della Guerra Fredda, i benpensanti poterono legittimamente concludere che un esercito di popolo fosse ormai non soltanto un anacronismo ottocentesco in un'Europa proiettata verso un'unione sempre più spinta, ma anche un anacronismo mal sopportato dai giovani e dalle famiglie. Da qui la riforma, in ambito pressoché pan europeo, del ritorno agli eserciti di volontari, cioè praticamente alla situazione del XVIII secolo. C'è però, a mio avviso, anche un rischio che deve essere messo in conto. Lo scollamento, tipico di quel secolo e di quel sistema, dello strumento militare dal vivo della nazione, ovvero l'instaurarsi di una grave estraneità di fondo tra i pochi soldati di mestiere e la totalità dei cittadini che non li sentono però più loro difensori e loro figli in armi. Tale situazione può risultare più delicata nella compagine italiana, dove l'Unità è stata raggiunta da relativamente poco tempo e dove l'esercito poteva ancora rappresentare un punto di fusione e di compattezza dei tanti fattori di disunione che ancora sussistono.