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cinema
Lost in translation
di Franco Olearo


USA 2003
Regia: Sofia Coppola
Sceneggiatura: Sofia Coppola
Interpreti: Bill Murray (Bob Harris), Scarlett Johansson (Charlotte)
Genere: drammatico
Censura USA: restricted

Bob, attore sul viale del tramonto, ha accettato, forse per soldi, di andare a Tokyo per fare da testimonial ad una marca di whisky. Charlotte e suo marito, freschi sposini, alloggiano nello stesso albergo-grattacielo di Bob, ma lui deve spesso andare in trasferta e Charlotte, annoiata e spaesata nella grande metropoli, accetta di uscire con Bob...

L'attore Bob Murray arriva a Tokyo che è ormai sera . Dalla finestra della limousine che è venuta a prenderlo all'aeroporto, guarda frastornato quel barocco di luci, di pubblicità  in movimento che animano le strade di questa città  in corsa per il futuro. Ricevuto un convenzionale benvenuto dall'equipe che amministrerà  la sua immagine durante il suo soggiorno, si ritira nella camera agli ultimi piani di un lussuoso albergo fatto apposta per stupire gli occidentali. Il jet lag non lo fa dormire e si ritrova nel bar dell'albergo, tra luci soffuse e musica ovattata a sorseggiare un whisky , solo e melanconico. Anche Charlotte ha una stanza nello stesso albergo: saluta la mattina presto il marito che è tutto preso dalla sua professione il fotografo e poi ha l'intera giornata libera, anzi vuota, e si attarda pensosa a guardare i palazzi di questa metropoli al ei estranea dall'alto della finestra della sua stanza. E' come frastornata, sospesa fra un rapporto con il marito che sta scivolando nell'indifferenza e l' inerzia ad uscire dalla gabbia dorata dell'albergo.

L'impostazione iniziale data al film è quella che permane immutata per tutto il resto del racconto. La città  continuerà  a restare una realtà  estranea, vista con gli occhi da turista nella gita di un giorno a Kyoto, nella frenesia di un salone per slot machine o nella licenziosa vita notturna in locali indistinguibili da qualunque altra grande città  occidentale, se non fosse per l'obbligatorio esercizio di karaoke. Anche i rapporti con le persone del luogo sono poco approfonditi; vi è la lingua incomprensibile che fa da barriera/protezione e vi è anche un episodio, abbastanza antipatico, dove Bob prende in giro, approfittando di non essere compreso,un barista considerato troppo serio e noioso. Gli altri personaggi giapponesi che compaiono nel film sono presentati da Sofia Coppola come delle macchiette che hanno la funzione di fare da spalla alla comicità  un po' cool di Bill Murray.

E' inevitabile, con queste premesse, che la solitudine ed il disadattamento di Charlotte e di Bob si incontrino, in cerca entrambi di uno stimolo esterno che li affranchi dalla loro situazione di stallo. Cercano di uscire, di fare qualcosa di un po' pazzo, come correre per le strade inseguiti dal gestore di un locale dove hanno rotto dei bicchieri, bevono troppo ed infine, non riuscendo a dormire, si ritrovano distesi sullo stesso letto, pronti a confidarsi l'un l'altro. Lui vive una vita matrimoniale tenuta in piedi dall'abitudine dal ricordo dei primi tempi:, la nascita dei figli ha presto appiattito tutto nella banalità  quotidiana, dove è importante far mangiare i ragazzi o scegliere la moquette dello studio. Charlotte è all'inizio della sua vita di donna, ha fatto già  tanti lavori saltuari ma non ha ancora trovato la sua strada. Nessun accenno al rapporto con il marito, tabù¹ per gli altri ma anche per se stessa. Si sta creando un legame tra loro due, così distanti per età ? Un'attrazione fisica? Nella noia e nell'isolamento senza riferimenti in cui si trovano, tutto è possibile.

La regista è molto brava nel visualizzarci una storia fatta di pochi elementi ma sviluppati con grande coerenza e mestiere. Le inquadrature lasciano il tempo di cogliere le più piccole sfumature dei volti ed i dettagli delle ambientazioni.. Vi è un eco, a mio avviso, del Michelangelo Antonioni de La notte, L'eclisse, di Deserto Rosso , di quel linguaggio essenziale, fatto di pause contemplative sulle quali si riverberava il malessere psicologico dei personaggi . Scarna invece la sceneggiatura: i dialoghi sono così essenziali da impedirci di cogliere il volume dei personaggi o meglio,di concludere che essi sono proprio come appaiono, senza spessore. Vogliamo essere cattivi? Tentare un paragone con "Breve incontro" di David Lean del '45, fatta astrazione per il tempo che è passato e per l'ambientazione, è indubbiamente pericoloso: anche in quel film ui e lei erano sposati, avevano del tempo libero per incontrarsi in città , per farsi delle confidenze, ma dietro ogni frase detta, ogni decisione da prendere, c'erano delle persone che sognavano,che soffrivano, delle anime in tumulto che conoscevano quelli che erano i loro doveri verso gli altri. Prima accennavo ad un possibile riferimento ad Antonioni, ma nei suoi film veniva trattato il tema dell'incomunicabilità ; in questo albergo di Tokyo invece, c'è semplicemente poco da comunicare.

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