Ci aggiriamo per la stazione dei pullman di Dakar. L'odore di nafta e terra impregna l'aria già dalle prime luci dell'alba. Un susseguirsi di vecchi pulmini dipinti con la metà inferiore di color azzurro e la metà superiore di un giallo-arancione che si intona con le lunghe vesti delle donne dell'etnia Wolof si allineano lungo la strada polverosa della città. I bambini giocano tra le ruote dei camion e ci sorridono salutandoci con la loro aria gioiosa; uno di loro, Ngalla, si avvicina chiedendoci in francese delle caramelle. Gli chiediamo dove è possibile noleggiare un'auto per poter arrivare al lago Retba (meglio noto come Lago Rosa) meta del nostro viaggio. Ngalla si presta a condurci da un suo cugino Ablaye, che, ci dice, noleggia dei fuoristrada 4x4. La decisa stretta di mano ed un sorriso genuino ci fanno decidere subito: sarà lui a guidarci lungo le rive del lago rosa. Una manciata di caramelle per Ngalla
ci regala uno di quei sorrisi che ti entrano nell'anima e ti mettono di buonumore per tutto il giorno. Ablaye, alto, magro, gli occhialetti di metallo, jeans ed una camicia azzurra del colore del cielo ci fa salire su un fuoristrada. Si parte. Attraversiamo le strade della città ed una moltitudine di vicoletti pieni di panni stesi e festosi e chiassosi personaggi, brulichio di povertà e frenetiche attività: bancarelle variopinte, donne con bambini sedute lungo le strade polverose, giovani senegalesi che giocano a pallone in tutti gli slarghi disponibili. E poi d'improvviso le case mai terminate si diradano nella periferia; il traffico è caotico: l'Africa nera è solo una parola su un libro di Salgari.
Per assaporare la vita senegalese bisogna lasciarsi alle spalle Dakar. Traversiamo alcuni villaggi con i loro mercati pieni di donne e proseguiamo verso il lago che dista circa 30 km dalla città. Superiamo l'ospedale di Keur Massar ed il villaggio di Niaga Wolof.Nel tragitto scorgiamo alcuni baobab, l'albero millenario che è il simbolo del paese. Quest'albero con il passare degli anni tende a fessurarsi dando vita, al suo interno, a profonde cavità che possono ospitare 20-30 persone e che le antiche tribù del Senegal utilizzavano spesso come magazzini di stoccaggio e tombe. La calura della giornata ci abbandona non appena arriviamo alle dune del lago Rosa, capolinea della mitica Parigi-Dakar. Lo spettacolo che si presenta è meraviglioso: un cielo azzurro che si specchia sulle acque del lago che gli risponde con riflessi rosa. Già, perché il lago è proprio rosa: un particolare batterio, tra l'altro unica forma vivente nelle sue acque, gli conferisce questa particolare colorazione.
Il lago è una depressione salmastra di circa 10 Km separata dall'Oceano Atlantico da dune di sabbia; difficilmente supera i due metri di profondità ed è salatissimo: in ogni litro di acqua sono disciolti circa 380 grammi di sale. Ed è proprio quest'ultimo, il sale, a scandire il ritmo di vita della gente del luogo: tutto qui gira intorno a quest'elemento. Piroghe silenziose scivolano sulle acque, donne scaricano continuamente vaschette e bidoni pieni di sale in mezzo a uomini che contrattano continuamente, mentre i bambini raccolgono il "fiore del sale" per offrirlo ai turisti. L'estrazione del sale è un'attività che viene effettuata a livello familiare. Abeye, una donna del posto ci spiega che chiunque può diventare salinaio: basta munirsi di scarpe, pala e setaccio; si affitta una piroga (che si pagherà a fine giornata con 5 vaschette di sale) e ci si addentra nel lago per la raccolta. Abeye ci mostra il Karitè, una sorta di burro con il quale si spalma il corpo per proteggerlo, prima di scendere in acqua.
Una volta calata in acqua Abeye rompe la crosta di sale con la pala e ne estrae i pezzi riempiendo il setaccio che reca con sé. In quattro ore di lavoro, ci dice, è possibile estrarre una tonnellata di materiale. Poi il tutto viene portato a riva, ammassato in collinette e lasciato al sole per un paio di giorni affinché diventi bianco. Abeye, ci dice orgogliosa di aver iniziato questa attività all'età di 12 anni (come tutte le donne del posto). Poi silenziosamente si sistema il foulard colorato, annoda i lembi della veste colorata e con la grazia di una principessa ci saluta con un gesto della mano allontanandosi verso una sponda bianchissima dove svettano le piramidi di cristallo edificate dai raccoglitori. Il vento che soffia dall'oceano ci porta il vociare dei bambini che chiedono tangal (caramelle) mentre il colore rosa del lago suscita in senso di irresistibile attrazione verso le proprie acque. E' un attimo. Ci tuffiamo.
Galleggiamo come un tappo di sughero che non vuole andare a fondo, mentre il nostro corpo si ricopre di un sottile velo di sale che tende man mano ad indurirsi. Ma niente paura: basta lavarsi non appena si esce, presso una delle numerose fontanelle disseminate lungo le sponde del lago e dove l'acqua che proviene dal sottosuolo è incredibilmente dolce e completamente assente dal sale. Ablaye, che ci ha atteso in posa serafica nei pressi del suo fuoristrada, sorride compiaciuto alla vista della nostra infantile contentezza. Ci fa salire sull'auto e ci porta su di una duna a qualche km di distanza per farci dono di un ultimo raggio di sole che si tuffa nelle acque oleose del lago. Le ultime luci della sera ci regalano attimi di indescrivibile bellezza creando sfumature che spaziano attraverso tutte le tonalità del rosa, indaco e viola colorando la nostra anima.