Orwell aveva già messo magistralmente in guardia dalla manipolazione ideologica del linguaggio per difendere ciò che indifendibile e dai suoi effetti corruttori sul pensiero . Anche Glasser, presidente dellAssociazione per lEducazione nel Giornalismo e nella Comunicazione (AEJMC), mette allerta da questo pericolo commentando linformazione diffusa nel suo paese sulla guerra in Iraq: Ora come sempre, il linguaggio della guerra disinfetta, scambia e mistifica le ragioni; celebra laggressione e glorifica la morte; demonizza loro e deifica noi. E peggio ancora, il linguaggio della guerra avvilisce il dibattito lasciando scarso spazio al dissenso e al disaccordo .
I giornalisti dunque devono fare uno sforzo costante di traduzione per non rendersi complici delle strategie di propaganda dei contendenti. Le guerre non sono mai pulite, nonostante i tentativi di sminuire i termini per giustificare le azioni crudeli o anche brutali che esse comportano o semplicemente per mistificarne le ragioni: termini come eliminazione selettiva, liberazione per invasione, fuoco amico, effetti collaterali, coalizione dei volenterosi, asse del male, resistenza per terrorismo, ecc. sono dissimulazioni della realtà.
Altre volte, e accade spesso quando ancora non ci sono vittime né sangue né distruzione da mostrare, i giornalisti si concentrano quasi ossessivamente sul rituale dellesibizione tecnologica dellarmamento, come abbagliati dal morboso fascino del male, male che si presenta ora solo virtualmente e che è perciò innocuo. I fatti non vengono visti allo stesso modo nel campo di battaglia. Il colonnello McCoy, primo ad entrare nel centro di Baghdad in testa alla sua unità di marines, affermava: Sarà finita quando lultimo tizio che combatte per Saddam avrà gli occhi rosicchiati dalle mosche. Sherman ha affermato che la guerra è crudeltà. Non cè bisogno di ridefinirla.
Più crudele sarà, prima sarà finita .
Vista da oggi, tutta la dialettica sulle armi di distruzione di massa sembra una macabra barzelletta. Come non ricordare la drammatica e struggente deposizione del Segretario di Stato nordamericano, Colin Powell, dinanzi al Consiglio di Sicurezza e in diretta televisiva mondiale. Se confrontata con i fatti emersi in seguito e con il suo attuale prendere le distanze dalle informazioni fornite dallintelligence, viene da dubitare, se non della sua buona fede, della montatura del casus belli. Di fatto, alcuni pochi- giornalisti avevano avvertito dellinaffidabilità delle fonti su cui si basavano i rapporti ufficiali ed anche i resoconti giornalistici . Altri avevano avanzato la tesi che la guerra in Iraq fosse già decisa in partenza subito dopo lattacco alle Torri Gemelle e al Pentagono. E che la guerra fosse già decisa è più che unipotesi, come conferma il seguente dato: nel The Washington Times, giornale vicino ai repubblicani, viene filtrato un rapporto dellAlto Commando del Pentagono nel quale si critica il disastroso andamento del dopoguerra. La notizia del giornale non intende denunciare la guerra né le incoerenze sulle date, come fa lo stesso rapporto dellAlto Commando, vuole solo polemizzare la pianificazione della guerra lampo e la mancanza di previsione dei problemi insorti con linizio della guerriglia. Di sfuggita però la notizia del Washington Times aggiunge: Il rapporto mostra anche che il presidente Bush aveva approvato la pianificazione di insieme della guerra nellagosto dellanno scorso. Vale a dire otto mesi in anticipo rispetto al lancio della prima bomba e sei mesi prima della sua richiesta allONU di una risoluzione di guerra che non ha mai ricevuto . E poi continua a denunciare gli errori di programmazione post-bellica. Il nodo del problema sarebbe quindi lefficienza della progettazione e dellattuazione del programma, non la sua giustificazione.