La formula del "confronto" adottata ormai con successo in diverse precedenti esposizioni è una delle linee-guide che connota la programmazione annuale del Museo d'arte delle Generazioni italiane del '900 - G. Bargellini (per brevità oramai chiamato MAGI' ), che intende creare momenti dialettici nell'ambito dello stesso contesto espositivo tra esperienze creative diverse, talora in stridente contrasto, per tematiche, centri d'ispirazione e soluzioni linguistiche. E' una formula che appare tanto più stimolante quanto coinvolge artisti vicini per anno di nascita, ma con back-ground assolutamente diversi, percorsi formativi e creativi autonomi ed esiti estremamente lontani; come peraltro ci si può attendere da artisti di forte personalità.
Com'è il caso di questo nuovo capitolo della storia dei "confronti da museo" che interessa questa volta due donne (è la prima volta) con alle spalle importanti quanto diverse esperienze e lavori, riconoscimenti critici e successi espositivi. Con il sottotitolo "Forme dell'immagine e forme del colore" il Museo Bargellini mette a confronto (fino al 31 ottobre) attraverso una cospicua selezione di opere Antonella Cappuccio, la cui ricerca si muove da tempo in un ambito iconico, e Anna Donati, che invece predilige i territori immaginativi in cui il colore, al di là di ogni approdo iconico o comunque legato alla "figurazione" si impone per la sua forza comunicativa ed emotiva. Con il risultato di voler porre il visitatore della mostra in una situazione estremamente stimolante di contestuale fruizione critica di specificità espressive che si collocano in due versanti certamente lontani e diversi fra di loro.
Antonella Cappuccio (madre dei Muccino, il regista Gabriele e l'attore Silvio) è nata ad Ischia nel 1944; si trasferisce fin da bambina nella capitale, dove tuttora vive e lavora. Uscita giovanissima dall'Accademia di Costume di Roma, lavora per il cinema e per la RAI come costumista; ma da oltre vent'anni si dedica a tempo pieno al lavoro di pittrice già intrapreso, con comprensibili difficoltà, dall'inizio degli anni Sessanta. Le prime mostre personali risalgono al 1976; l'ultima, quest'anno, nella prestigiosa ed ambitissima sede della Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma. In oltre tre decenni di attività la Cappuccio ha prodotto numerose opere per istituzioni pubbliche (come l'Arma dei Carabinieri), per il Vaticano e per importanti collezionisti in Italia e all'estero; tra il 2003 e il 2004 ha realizzato un grande dipinto su un'unica tela di 270 metri quadrati per un grande hotel romano intitolato "Roma Pagana, Roma Cristiana".
La marchigiana Anna Donati, nata nel 1951 a Potenza Picena in provincia di Macerata, si è diplomata presso l'Istituto Statale d'Arte di questa città; in brevi ma numerosi soggiorni a Roma inizia l'attività di grafico, cimentandosi con l'arte applicata e spaziando nell'architettura e nella moda. Tornata, dopo un periodo vissuto a Modena, a Macerata, si iscrive all'Accademia di Belle Arti sotto la direzione di Remo Brindisi. La frequentazione di Palazzo Buonaccorsi, sede dell'Accademia, offre a lei l'occasione di sperimentare ogni forma espressiva, dalla grafica tout-court a quella pubblicitaria, dalla moda all'arredamento, dalla pittura acrilica all'incisione. Notevole la sua attività espositiva, in collettive e personali, in Italia e negli Stati Uniti, tra cui ricordiamo la partecipazione l'anno scorso a rassegne come l'International Art Expo di New York e l'Art Philadelphia.
Quanto alle rispettive esperienze artistiche si rinvia per un accurato approfondimento ai testi critici di presentazione scritti nel catalogo (pubblicto dalle Edizioni Bora di Bologna) da Guglielmo Gigliotti per la Cappuccio e da Giorgio Di Genova, Direttore Artistico del Museo pievese, per la Donati. La pittura della Cappuccio è estremamente "colta", un'arte che non può prescindere, anzi nasce e si nutre nella "storia dell'arte"; è quindi connotata da infiniti rimandi culturali, sia sul piano tematico che più strettamente linguistico, da "citazioni" che suggestivamente rinviano a mondi pittorici lontani tra loro (da un Raffaello a un Morandi), fatti però rivivere nel contesto di un'unica tela e quindi di un medesimo piano creativo.
Tutta la produzione della Donati, invece, è un continuo interagire tra forme e colori, che si svolge nello spazio della tela, con slittamenti nel vetro, materiale che concretizza al meglio ed in sintesi la sua ottica ipnotizzata dalle trasparenze, nonché dalle rifrazioni, dei colori e della luce.
Come ci dice Di Genova, "proprio per l'insistenza su tale ottica la sua pittura pur essendo impostata sul dialogo degli elementi utilizzati, alla fine diventa un soliloquio, molto simile a un diario intimo. Un diario stilato non con parole, ma con forme e colori, cioè con la scrittura della pittura aniconica".