Nel campo semantico conosciuto dai profani della medicina entrera' tra non molto tempo un nuovo termine,
l'ortoressia.
Seppure non ancora ufficialmente inserita fra le patologie riconosciute dall'Organizzazione mondiale della
Salute, ha iniziato a circolare fra gli specialisti sin dal 1998, coniato dal medico americano Steven Bratman.
Sono, infatti, sempre meno rari i casi di pazienti che denunciano un ossessivo comportamento nei confronti del
cibo. Non si tratta di bulimia o di anoressia, ma di una compulsiva attenzione al cibo da consumare
quotidianamente.
E' una forma di perfezionismo nell'alimentazione. Vengono, infatti, scartati a priori tutti quegli alimenti
ritenuti responsabili di malesseri o di malattie.
Gli individui colpiti da questa sindrome escludono carni, grassi e carboidrati dalla loro dieta ma presentano
in seguito disfunzioni causate dalla mancanza di sostanze che solo una dieta equilibrata e variata puo'
garantire.
Alcuni effetti, ad esempio, possono essere l'anemia e la decalcificazione ossea, la caduta dei capelli, la
fragilita' delle unghie, la difficolta' di cicatrizzazione dei tessuti, le afte e la seborrea.
Altri problemi possono essere legati alla mancanza di minerali, alla ipovitaminosi e alla difficolta' di
produrre ormoni.
L'ortoressico assume un comportamento che porta conseguenze inevitabilmente sul piano relazionale. Il rifiuto
di inviti a pranzo e'uno dei primi segnali di caduta nella malattia.
Quello che spinge a rifiutare il cibo non e' tanto il timore di prendere peso e di ingrassare, ma quello di
attentare alla propria salute con l' assunzione di cibi considerati di bassa qualita'.
Un aspetto interessante e' legato infatti alla qualita' e non alla quantita' assunta degli alimenti.
Alcuni medici associano l'ortoressia alla ipocondria, sindrome riconosciuta e generalmente ben tollerata nel
contesto sociale.
Anche l'ortoressia, per certi versi e' considerato un comportamento virtuoso, dal momento che la persona si
pone come modello di moderazione e di distanza dalla golosita' e dall'ingordigia.
Solo un medico attento puo' cogliere il limite tra un atteggiamento sano e un atteggiamento patologico nei
confronti dell' alimentazione. Nei casi dubbi e sospetti il medico puo' intervenire con la prescrizione di
antidepressivi o di un supporto psicologico.