Basta qualche cigno morto venuto non si sa da dove e che stava emigrando giustamente verso una zona un po' più calda della nostra, per scatenare la più grande psicosi nazionale dai tempi di Cernobyl. Una psicosi deleteria come quella di venti anni fa a seguito dell'esplosione della centrale atomica in Ucraina: anche allora, oltre alle vittime umane sul posto, vi furono gravi ripercussioni sul settore agricolo e zootecnico in diversi Paesi europei, e i danni furono effettivi per qualche tempo. In Italia non morì nessuno, neppure un pollo, ma i danni all'economia nazionale furono enormi, ma questa è un'altra storia, come diremo. Psicosi quindi da paura, senza dubbio, da prudenza nella migliore delle ipotesi, quella che ci vede rinunciare volentieri alla carne di pollo con il risultato che si è messo in ginocchio un settore di grande rilevanza per l'economia nazionale. Valgono per quel che valgono le rassicuranti affermazioni che tutte le misure per impedire il diffondersi della malattia
tra il pollame italiano sono state prese, che per fortuna gli allevamenti italiani sono i più sicuri, che non vi è traccia di un passaggio del morbo agli uomini ( se non nei casi riscontrati in Asia) e da uomo ad uomo. Inutili o quasi, almeno per ora, gli appelli alla calma nonostante la performance di un ministro che mangia tranquillamente il pollo in TV. Ma in Italia si diffida di solito nei confronti del Governo, di qualsiasi formazione politica sia espressione: tra quanti hanno visto la scena si è diffusa subito la solita storia anarcoide che non si trattava di carne avicola, ma di chissà che cosa, perché la televisione " inganna soprattutto quando parlano i politici" . Ma come si spiega che in tutti gli altri Paesi europei la diminuzione del consumo di uova e di polli o non vi è stata oppure è molto contenuta come addirittura in Francia dove il morbo ha colpito anche volatili da allevamento? Misteri italiani sui quali è superfluo indagare anche se non è inopportuno ricordare che
solo dopo venti anni dall'esplosione di Cernobyl e dal conseguente referendum che impedì la costruzione di centrali nucleari nel nostro straordinario Paese, si comincia a riconoscere i danni enormi che la psicosi nazionale di allora ha provocato. E' sufficiente un inverno più rigido del normale per mettere in sofferenza il sistema energetico: il costo del barile di petrolio è più che raddoppiato, il gas russo viene rubato al passaggio in territorio ucraino prima di arrivare in Italia, sulle nostre coste rifiutiamo - e non sappiamo perché - i gassificatori, le centrali elettriche a carbone sarebbero dannose e quindi pollice verso, le energie alternative e rinnovabili trovano ostacoli a non finire perché nessuno vuole i giganteschi "mulini a vento" dell'eolica, mentre quella solare non risponderebbe che in infinitesima parte al fabbisogno nazionale. Intanto compriamo energia, prodotta in gran parte dall'atomo, a caro prezzo, dai Paesi confinanti che da tempo hanno fiutato l'affare.
Risultato: la bolletta dell'elettricità da noi è la più cara d'Europa con pesanti conseguenze non soltanto sulle spese delle famiglie ma, soprattutto sulla produzione industriale. Allora che fare? Non spetta certo a noi rispondere: possiamo solo ricordare che secondo gli esperti entro i prossimi quaranta anni non ci sarà più petrolio da estrarre e che anche il gas un brutto giorno finirà. E poi?