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politica estera
dietro al boom cinese il rischio di una catastrofe ecologica e sociale
di Alberto Rosselli

Nel 2006, la Cina registrerà un tasso di crescita economica di circa l'8 per cento. La notizia è stata annunciata con grande enfasi pochi giorni fa dal premier Wen Jiabao in occasione dell'apertura della sessione annuale del parlamento, alla quale ha partecipato anche il presidente Hu Jintao. Dalla relazione, letta dal premier davanti ai 1.300 delegati dell'Assemblea Nazionale del Popolo (ANP), si apprende anche che nel 2006 il prodotto interno lordo (Pil) crescerà di circa l'8% e il consumo di energia per unità di Pil si abbasserà del 4%. Il primo ministro cinese ha aggiunto che, tra il 2006 e il 2010 nell'ambito dell'11° Piano Quinquennale, la Cina farà registrare un tasso di crescita del 7,5%. Secondo gli analisti, le cifre enunciate dalle autorità cinesi debbono essere intese come una soglia minima, più che come una vera previsione. Negli ultimi due anni, infatti, Pechino ha sistematicamente fissato obiettivi di sviluppo abbastanza sottostimati: nel 2004, il 7% (tramutatosi nel 9,5) e nel 2005, l'8% (diventato poi il 9,9). Di fronte però ai molti interrogativi che gravano sul fenomeno economico Cina (netta disuguaglianza tra i salari delle città e quelli delle campagne, assenza di norme sulla tutela del lavoro e orari estremamente prolungati, almeno in certi comparti dell'industria e dell'agricoltura) Wen Jiabao ha dichiarato che lo stato si appresta ad intervenire proprio per cercare di ridurre "le effettive, gravi disuguaglianze di trattamento esistenti e per introdurre entro breve tempo norme (attualmente quasi inesistenti) atte a tutelare le maestranze in tutti i comparti, dall'industria alla portualità, a salvaguardia della protezione sociale e della ricerca di una migliore efficienza energetica. Per Jiabao, questa è la pista da seguire per migliorare "qualità ed efficienza" dell'economia cinese, aprendo una nuova pagina per un "concetto scientifico di sviluppo" e per una "società armonica". Nel piano della leadership queste scelte dovrebbero portare alla riduzione dell'inefficienza economica, soprattutto per quanto concerne la situazione delle infrastrutture terrestri che, a dispetto della portualità - comparto nel quale Pechino sta investendo miliardi di dollari - risultano ancora molto arretrate. Oltre a ciò, a detta di alcuni delegati (che per prudenza hanno preferito mantenere l'anonimato), la Cina - nonostante la sua vertiginosa crescita economica - è e rimane un paese socialista, seppur anomalo, ad "economia sostanzialmente dirigista e centralizzata", e che per il momento non tiene in nessuna considerazione squilibri e contraccolpi derivanti dall'assenza di una seria politica salariale ed ecologica. "L'unico comparto veramente 'regolare' o quasi e all'avanguardia, sia sotto il profilo sociale che produttivo, è quello dello shipping e della portualità. Ma per il resto ci si trova davanti ad un fenomeno di crescita verticale, ma molto disordinato". Affermazioni che sembrano fare capire che dietro il grande boom si celi una sostanziale e pericolosa debolezza strutturale derivante dalla stessa arretratezza 'politica' interna del gigante Cina. Secondo dati della Banca Mondiale, in seguito alla "liberalizzazione economica" avviata alcuni anni fa, il governo di Pechino stenterebbe in realtà a governare l'intero sistema, non riuscendo in alcun modo a porre un freno, ad esempio, ai notevolissimi danni provocati da un'industria (soprattutto quella chimica e metallurgica) che continua a riversare nei fiumi, nei mari e nell'aria una quantità enorme di scorie inquinanti, con gravi danni sia per le colture che per gli abitanti di intere regioni un tempo dedite all'agricoltura. A questo proposito, la Banca Mondiale ha calcolato che, nell'arco di pochi anni, tali contraccolpi potrebbero provocare "guasti profondi, in parte irreversibili" che andrebbero a pesare sul Pil annuale per un 8-10%. Più del 60% delle acque della Cina sono ormai inquinate da liquidi tossici, scarichi industriali e sostanze chimiche. La mancanza di acqua e i cambiamenti climatici sono divenuti fatali per l'agricoltura di molte zone del paese. "Pechino - è vero - ha varato leggi anti-inquinamento ma la spinta alla crescita economica, l'uso di carbone per il fabbisogno energetico e l'incuria dei governi locali stanno portando il Paese su una brutta china (tra il 2004 e il 2005, nazioni come la Corea e il Giappone si sono ripetutamente lamentate delle immense nubi tossiche prodotte e provenienti dalle industrie di Pechino). "Nella sua essenza - spiegano gli analisti della Banca Mondiale - il modello di sviluppo cinese si è dimostrato oltre che pericoloso anche inefficiente, abbisognando di enormi quantità di materie prime e di sterminate masse di forza lavoro per sussistere". A fronte di un tasso di crescita del Pil di un po' più del 9%, il consumo di energia negli ultimi 2 anni (2004 e 2005) è aumentato di circa il 16%. Le importazioni cinesi di petrolio nel 2004 sono cresciute del 35% rispetto al precedente anno, mentre nel 2003 l'incremento era stato del 31,2%. Il raffronto con il tasso di crescita economica lascia senza parole: nel 2004 l'incremento delle importazioni petrolifere è stato del 3,68% dell'incremento del Pil (cfr. B. Cervellera, "Missione Cina", Ancora, Milano, 2006, p. 120). Gli esperti stimano, infine, che la Cina spenda per ogni punto di Pil una quantità di energia che è tre volte quella degli Stati Uniti e 9 volte quella del Giappone. Troppo, secondo i parametri correnti.

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