A Minsk la situazione sta precipitando. Dopo la rielezione del presidente Alexander Lukashenko e la conseguente massiccia protesta delle opposizioni, gli interventi di quello che viene definito "l'ultimo regime d'Europa" stanno rapidamente e pericolosamente inasprendosi.
Lo scorso 20 marzo il nostalgico dittatore filo-sovietico si č imposto nelle elezioni presidenziali con lo sconvolgente appoggio dell'82,6% dei votanti, suscitando disappunto e indignazione tra le opposizioni europeiste, convinte di poter emulare pacificamente la svolta arancione avvenuta nel 2004 in Ucraina. A dispetto delle previsioni i tre leader delle opposizioni (Aleksandr Milinkevic, Aleksandr Kozulin e Serghei Gaidukevic) sono riusciti a racimolare rispettivamente solo il 6%, il 3% e il 2,5% dei voti, cifre inaspettatamente irrisorie che hanno immediatamente fatto sorgere il sospetto di brogli elettorali. Altrettanto inaspettata č stata la subitanea protesta guidata da Milinkevic: decine di migliaia di persone che, incuranti delle intimidazioni del regime (il presidente ha minacciato di "spezzare il collo" a chiunque avesse contestato i risultati del voto), hanno affollato piazza Oktiabrskaia a Minsk per denunciare le numerose irregolaritā avvenute nei seggi elettorali.
Lukashenko, secondo gli oppositori, avrebbe in realtā ottenuto solo il 45% delle preferenze, uscendo vincitore solo grazie ad un ingente numero di schede truccate.
La risposta autoritaria del regime non si č fatta attendere e le forze di sicurezza bielorusse, in tenuta antisommossa, si sono scagliate contro i pacifici manifestanti, lanciando granate assordanti e causando centinaia di feriti. Oltre 200 le persone arrestate (tra queste anche il leader Kozulin) che sono state processate per direttissima e immediatamente rinchiuse nel temuto penitenziario di Uruchie, alle porte della capitale, gestito dal Kgb bielorusso, nel quale sono scomparsi in questi anni numerosi oppositori di Lukashenko.
"Abbiamo sventato un piano di espansione da parte dell'Europa. Washington e Bruxelles devono rinunciare a destabilizzare la Bielorussia. Noi siamo una societā monolitica", queste le recenti dichiarazioni del dittatore trasmesse dal suo ministero degli esteri, volte sicuramente a rafforzare e legittimare con durezza la propria posizione nei confronti dei centri di potere che ancora non hanno definito con chiarezza una linea comune da seguire.
Mentre Mosca, infatti, si congratula con il presidente per il risultato ottenuto, gli Stati Uniti, tramite le recenti dichiarazioni di Bush, chiedono con fermezza alle autoritā bielorusse il rispetto dei diritti civili dei cittadini e minacciano pesanti sanzioni economiche nei confronti dei manipolatori elettorali in caso venissero accertate le irregolaritā. La vicina Unione Europea, invece, come troppo spesso sta accadendo, ha preferito non sostenere in maniera netta una posizione unica, lasciando parlare solamente alcuni rappresentanti della presidenza di turno, segno di una debolezza strutturale che la rende incapace di produrre provvedimenti concreti.
Considerando l'allargamento ad est dell'Unione Europea e la vicinanza della comunitā a 25 alla Bielorussia (e ad altri territori caratterizzati da relazioni politiche "complesse"), la latitanza istituzionale di Bruxelles sta diventando una inammissibile consuetudine: č necessario trovare soluzioni strutturali adeguate per rendere la Comunitā Europea non solo un vuoto scatolone di opinioni ma una entitā politica in grado di far valere la propria posizione sullo scacchiere internazionale, soprattutto di fronte a crisi, come quella bielorussa, geograficamente prossime ai confini europei.