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cultura
solo "felix" o anche "beatus"?
di Giuseppe La Rosa

Nelle nostre chiacchierate, ormai "pluriennali", abbiamo spessissimo parlato dell'uomo, tracciando sommarie linee di speculazioni, desiderando sensatamente riflettere sulla vita dell'essere umano, ambendo infondere nell'animo dei lettori sinceri e profondi impulsi introspettivi che portassero ad interiori meditazioni portatrici di serenità. E per questo abbiamo scomodato filosofi, politici e poeti, i quali, chi più chi meno ed ognuno a modo suo, hanno illustrato chi parvenze o surrogati di felicità e chi, invece, reali e concrete rappresentazioni di felicità. Un termine, oggi, quasi certamente abusato e inflazionato, e per questo intensamente svalorizzato.

Accenniamo a qualche riflessione in proposito.

E' difficile darne una definizione. La felicità è senz'altro legata all'individuo e alla collettività. C'è, quindi, la felicità individuale e quella sociale.

Le due felicità possono o apparentarsi, o reciprocamente dipendere, o farsi opposizione, o cooperare. Se non bene ancorate, possono essere estremamente instabili e vulnerabili, concrete e sfuggenti. Si può essere felici appartenendo alla realtà, o fuggendo da essa. Adattandosi o ribellandosi.

Certo, la tentazione di sostenere che la felicità è quasi aleatoria, relegata più nel mondo della immaginazione piuttosto che nella vita quotidiana è sicuramente molto forte. L'infelicità la conosciamo meglio. La viviamo. La subiamo nella carne. E' nostra concretamente. E' riconoscibile e visibile.

I nostri avi Greci e Latini già distinguevano tra albios o felix, fortunato e abbondante di beni esteriori, ed eudaimon o beatus, interiormente tranquillo.

Per i Greci la felicità poteva anche essere assoluta imperturbabilità, indifferenza, insensibilità.

Oggi è straripante il bisogno di felicità. Come debellare l'infelicità pubblica e quella privata? E' un bisogno che nasce dalla società industriale, e trovò fertile terreno nell'Illuminismo. Quando cominciò a svilupparsi l'idea che la felicità può essere raggiunta mediante la politica. Tutto il XVIII secolo ripetè ossessivamente il diritto alla felicità che ben presto fu identificata con il benessere materiale.

Per Hume il bene era l'utile e il male ciò che era dannoso. Bentham diceva che male è la sofferenza, il dolore o la causa del dolore. Bene è il piacere o la causa del piacere, ciò che si adegua all'utilità o all'interesse dell'individuo. Hutcheson sosteneva che la migliore azione è quella che procura al più gran numero di persone la più alta felicità.

Il diritto alla ricerca della Felicità, è ormai riconosciuto, è un diritto fondamentale e inalienabile. La libertà individuale dell'agire economico si coniuga con la partecipazione agli affari pubblici. E piuttosto che ipotizzare utopistici raggiungimenti di società perfettamente felici, è più ragionevole rendersi conto che possono esserci cicli di prevalenza ora dell'una ora dell'altra felicità. Certo, mutate condizioni sociali, economiche o politiche possono condurci a cocenti delusioni. E da qui le ansie, le alienazioni e le depressioni. E da qui sempre, il considerare la Felicità in senso negativo, cioè assenza di ansia, alienazione depressione. Uscire dalla infelicità è oggi il problema più prevalente. E come ? Spesso ci si concentra solo sul "a che serve".

E così, il senso, il valore delle cose e degli uomini sembra morto. E manca ogni senso di responsabilità verso il futuro.

E' modernità o perversione?

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