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Django Reinhardt
di Carla Santini

Django Reinhardt morì a soli quarantatre anni, nel 1953, quando la musica denominata jazz moderno era ai suoi inizi.

Zingaro belga trapiantato in Francia, aveva iniziato giovanissimo ad aver successo con la chitarra ed il banjo, ma la sera del due novembre del 1928, ad appena diciotto anni (allora si faceva chiamare Diango Renard), un incendio scoppiato per colpa di un mazzo di fiori di plastica nella roulotte con cui si spostava gli fece perdere l'articolazione di due dita.

Da quella disgrazia, che avrebbe potuto mettere fine alla sua carriera, sviluppò un suo personalissimo modo di suonare, arricchendo il lato melodico per compensare la difficoltà di fare accordi con lo strumento.

Unendo una tecnica perfetta e veloce con l'originalità, nel corso di dieci anni riuscì ad essere il primo musicista jazz europeo ad influenzare l'America, in particolare, musicisti del calibro di Eddy Lang, Joe Venuti e Louis Armstrong. Nel 1934 Reinhardt formò il quintetto Hot Club, insieme ad un violinista, due chitarristi ed un contrabbassista.

Creò così un linguaggio legato all'hot jazz americano, ma con influenze europee e gitane. Nel dopoguerra rifondò ancora la sua musica, approssimandosi al Beep Hop.

Forse non è stato il più grande chitarrista nella storia del jazz, ma, sicuramente, il più grande improvvisatore.

Prima di lui, comunque, la chitarra era uno strumento secondario nei complessi jazzistici, con lui assunse quel ruolo rilevante che ha avuto in seguito, soprattutto con Chuck Berry. Ammirato da Duke Ellington, preso a modello da Woody Allen, alla sua morte fu compianto da Jean Cocteau con parole che ne riassumevano le peculiarità.

Django mori per un'improvvisa emorragia il sedici maggio 1953. Era nato il ventiquattro gennaio del 1910.

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