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politica estera
la corruzione dilaga in Vietnam, un paese allo sbando
di Alberto Rosselli

Il ministro vietnamita dei Trasporti Dao Dinh Binh si è dimesso in seguito a un ampio giro di corruzione, che vede coinvolti alcune decine di funzionari pubblici alle sue dipendenze appropriatisi indebitamente di fondi statali per svariati milioni di dollari (si parla di 100). La notizia è stata diramata dai maggiori organi di stampa di Ho Chi Minh City e dallo stesso ministero dei Trasporti. Al centro dello scandalo la Project Management Unit (Pmu) 18, ente che gestisce autostrade, strade, ferrovie ed infrastrutture fluviali e marittime, i cui manager sembra abbiano sottratto a piene mani fondi pubblici provenienti per la maggior parte dal Giappone e da altri Paesi donatori o partner asiatici e, sembra, europei. Con una drammatica lettera- confessione indirizzata al premier Phan Van Khai, il ministro del Trasporti Dao Dinh Binh ha ammesso esplicitamente: "Il sottoscritto è responsabile per ciò che è successo all'interno della Pmu 18 e nel settore costruzioni del dicastero". Nella missiva, indirizzata anche al Comitato centrale del Partito comunista, Dao Dinh Binh ha anche annunciato "le dimissioni da ministro dei Trasporti e segretario del Comitato del Partito presso lo stesso ministero". Le dimissioni arrivano proprio nel momento in cui il governo vietnamita ha deciso un giro di vite sulla dilagante corruzione dei funzionari di Stato. La decisione precede di qualche settimana il congresso quinquennale del Partito comunista, al potere nel Paese, in cui si prevede un rimpasto nei principali dicasteri. Secondo la stampa vietnamita, "per anni, funzionari della Pmu 18 hanno sottratto denaro dai fondi per progetti di pubblica utilità (strade, ferrovie e centri logistici) e preso tangenti milionarie da contratti di Stato".

L'ex direttore generale del Dipartimento, Bui Tien Dung, e numerosi altri dipendenti sono stati arrestati già lo scorso gennaio. Il vice ministro dei Trasporti, Nguyen Viet Tien, è stato rimosso dall'incarico il 29 marzo. Negli ultimi giorni Bindh ha subito crescenti pressioni da Khai e dai media pubblici che chiedevano le sue dimissioni. La notizia dello scandalo è destinata a gettare un ombra di discredito sul sistema paese vietnamita: un sistema che in questi ultimi anni aveva dato prova di notevole vitalità ed intraprendenza, attirando cospicui capitali stranieri, soprattutto nel comparto portuale. Soltanto alla fine dello scorso mese di dicembre, il Ministero della Pianificazone e dell'Investimento aveva redatto relazioni molto incoraggianti riguardo l'andamento dell'economia e in particolar modo quello dell'industria e del comparto porti e shipping. Nel 2005, la produzione industriale aveva fatto registrare un incremento del 17% rispetto all'anno precedente, con a capo il settore privato (+24,5%). E gli Investimenti Diretti Esteri (IDE) avevano superato di un terzo le previsioni che li vedevano attestarsi attorno ai 4,5 miliardi di dollari, andando a raggiungere la cifra di 5,8 miliardi di dollari che nel corso del 2006 avrebbero, secondo i calcoli, conosciuto un ulteriore incremento del 10%. Alla luce di questi risultati il Governo vietnamita aveva di recente annunciato una serie di misure atte a garantire anche per il 2006 l'elevato tasso di crescita degli ultimi anni (oscillante tra il 7,5 e l'8,1%) attraverso l'adozione di un ventaglio di misure volte ad ottimizzare la gestione, la trasparenza e l'utilizzo di capitali d'investimento nazionali e stranieri, una più efficace regolamentazione delle politiche monetarie e finanziarie, un riassetto del sistema burocratico e amministrativo all'interno del quale il già paventato e individuato fenomeno della corruzione avrebbe potuto provocare "danni rilevanti, compromettendo i passi in avanti compiuti dal Paese sulla strada dello sviluppo economico". Timori, questi, che purtroppo si sono concretizzati.

Il Vietnam è ancora un paese socialista marxista, ma negli ultimi cinque anni si è mosso sul terreno economico e su quello dei mercati internazionali con la spregiudicatezza delle più navigate nazioni capitaliste. D'altro canto la necessità di addivenire a un compromesso con l'economia di mercato ha rappresentato per la sopravvivenza stessa del regime comunista una scelta inderogabile che ha anche indotto gli ideologi del Partito a prodursi in contorsionismi speculativi al fine di trovare una formula di compromesso che consentisse lo sposalizio tra i principi del marxismo-leninismo e le esigenze di un'economia globalizzata.

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