Luoghi lontani e sconosciuti, notizie frammentarie, freddi numeri di morti e di feriti; la sensazione intuitiva, in occidente, che questa rivolta possa portare ad un cambiamento, anche se non è ben chiaro il punto di partenza e ancora meno nitido è il punto di arrivo di una eventuale svolta; l'incompletezza dell'informazione che presenta solo gli eventi in corso senza spiegare le motivazioni di tali avvenimenti. Tra India e Cina, sui monti himalayani, l'ultimo capitolo di un contrasto politico-sociale di decennale eredità.
La triste storia delle lotte nepalesi del novecento ha inizio con un lieto evento: nel 1959, re Mahendra indisse le prime elezioni libere nella storia del paese. Soli tre anni dopo, nel 1962, il re stesso, profondamente seccato dalle intrusioni del primo ministro, dichiarò la messa al bando dei partiti e decise di reinstaurare l'antico e collaudato sistema indiano delle assemblee locali (panchayat). Questa struttura fortemente piramidale e completamente apartitica sopravvisse al referendum del 1981 e rimase in vigore senza variazioni fino al 1990. In quell'anno il nuovo re Birendra, in un clima di aperta rivolta, dichiarò decaduto il vecchio sistema e si accinse ad assumere l'illuminato ruolo di sovrano costituzionale ma i governi di coalizione che si succedettero fino al 2001 risultarono deboli e privi di indirizzo politico. Proprio in questo confuso periodo iniziò l'attività dei guerriglieri maoisti. Il capo dei rivoltosi, Prachanda, sosteneva l'istituzione della repubblica e la creazione di una
assemblea costituente: dopo dieci anno le sue richieste sono rimaste sostanzialmente invariate.
Il primo giugno 2001 una inattesa svolta nella successione reale: il principe ereditario Dipendra, in risposta al rifiuto dei suoi genitori di accettare la sposa da lui scelta, uccise re Birendra e la regina Aishwarya, rivolgendo poi l'arma contro di sé. Venne proclamato re sul letto di morte e tre giorni dopo, il 3 giugno, venne insediato lo zio Gyanendra, fratello del re assassinato e attuale sovrano. Attuando una linea politica dura e repressiva, l'anziano monarca ha progressivamente accentrato tutti i poteri nella sua persona fino a destituire, il primo febbraio 2005, il governo eletto dal popolo e a sostituirlo con ministri di sua fiducia. Inevitabile il malcontento dei partiti (paradossalmente e temporaneamente alleati alle forze maoiste) sfociato nelle terribili rivolte del mese scorso, atto conclusivo di oltre un anno di scontri e avvisaglie.
Nonostante l'ordine reale di sparare sulla folla, oltre 150.000 persone si sono radunate nella piazza principale della capitale Kathmandu: 15 morti e centinaia di feriti il bilancio degli scontri nel solo territorio urbano; ampie zone della città sono state conquistate dai dimostranti che, aiutati dalle truppe maoiste, sono riusciti a respingere l'esercito reale. Una vera e propria guerra che ha costretto, il 21 aprile scorso, re Gyanendra ad abdicare e a lasciare il potere ai sette partiti d'opposizione. Questa prima decisione non è però stata sufficiente per sedare le rivolte: i ribelli, labilmente legati ai partiti politici, hanno infatti atteso l'annuncio della prima convocazione del parlamento (ulteriore concessione del re dopo oltre cinque anni di interruzione forzata dei lavori) per placare momentaneamente la guerriglia, sospendere il blocco attorno alla capitale e annunciare una tregua di tre mesi.
In un clima ancora acceso, soprattutto nella zone più remote del paese, sarà l'anziano Girija Prasad Koirala a guidare il nuovo governo e a tentare di risolvere l'attuale situazione di disequilibrio causata dalla complessa convivenza tra partiti politici e guerriglia maoista.