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politica estera
il caldo novembre messicano (tra rivolte e muraglie di confine)
di Alessandro Ceravolo

La graziosa città coloniale di Oaxaca, località molto popolare tra i turisti per l'architettura, le vicine rovine archeologiche, la cucina e l'artigianato indigeno, ha assistito negli ultimi giorni ad una escalation di violenza senza precedenti: sparatorie, auto in fiamme e bottiglie molotov lanciate dalle barricate. Il presidente messicano Vicente Fox, preoccupato soprattutto dal crollo degli arrivi dall'estero, ha deciso di porre fine alle rivolte inviando centinaia di agenti federali in assetto antisommossa pronti a spazzare via le barricate dei rivoltosi e a riprendere il controllo delle strade.

Il conflitto ebbe inizio oltre cinque mesi fa quando un nutrito gruppo di insegnanti in sciopero, coadiuvati dai gruppi della sinistra attivista, occupò la cittadina, bloccò le strade e fece irruzione nel palazzo del Parlamento statale. Questa accesa rivolta non è scaturita dalla semplice necessità di risolvere una complessa vertenza sindacale ma mira a destituire in maniera violenta il governatore Ulisses Ruiz, accusato di malgoverno, corruzione e repressione fisica dei dissidenti.

L'apice delle violenze è stato raggiunto lo scorso 27 ottobre quando un gruppo di uomini armati, probabilmente poliziotti in borghese inviati proprio dal governatore Ruiz, ha aperto il fuoco sulla folla causando tre vittime, due manifestanti e un giornalista statunitense; Brad Will, questo il nome dell'inviato, era il cameraman della troupe di Indymedia, un importante network internazionale di informazione indipendente, ed è stata la nona vittima dall'inizio dei disordini.

L'ingresso ad Oaxaca delle forze federali, avvenuto durante la notte tra il 29 e il 30 ottobre scorso, ha sedato quasi completamente le rivolte, restituendo all'ordine buona parte della cittadina, ancora invasa dall'acre odore delle barricate in fiamme, ma ha causato la decima vittima del conflitto, un manifestante colpito da un barattolo di gas lacrimogeno; l'arrivo degli agenti, salutato con entusiasmo da molti commercianti del luogo, gravemente colpiti dal mancato afflusso turistico, non ha però sedato la rabbia dei manifestanti, furiosi con le forze governative per il loro violento intervento e pronti a interrompere la sommossa solo qualora il governatore Ruiz annunciasse le sue dimissioni.

Nel frattempo il presidente Fox, che ha promesso di risolvere la crisi prima del primo dicembre, data in cui il potere passerà nelle mani del neopresidente Felipe Calderon, deve affrontare un'altra gravosa questione: la possibile realizzazione di una grande muraglia americana lungo il confine nord. Il presidente Bush, nella sua crociata per la sicurezza interna, ultimo e unico argomento che potrebbe tenere a galla la sua immagine in vista delle ormai prossime elezioni congressuali, ha recentemente dato il via libera per la costruzione di una barriera lunga oltre 1.100 chilometri per proteggere il confine meridionale degli Stati Uniti dal continuo ingresso di immigrati clandestini provenienti dal Messico.

"Questa è solo una decisione politicamente motivata in vista delle elezioni di medio termine - ha commentato Ruben Aguilar, portavoce del presidente Fox - Non riteniamo che le barriere possano risolvere il problema. Una riforma integrata del sistema permetterebbe un'immigrazione ordinata, legale e rispettosa dei diritti umani". L'annuncio del presidente americano a meno di una settimana dal voto, non essendo supportato da uno stanziamento adeguato di fondi, rappresenta probabilmente l'ennesimo tentativo di colpire l'opinione pubblica, ma dimostra come l'amministrazione statunitense, ormai alla deriva, stia tentando di cavalcare anche le notizie delle vicine rivolte messicane per proporre agli elettori soluzioni drastiche, solo apparentemente rassicuranti e sicuramente non facilmente accettabili dalle amministrazioni di paesi che, come il Messico, subiscono passivamente le decisioni che provengono da Washington.

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