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taccuino di viaggio
Marocco: i tintori di Chouara
di Sergio Gigliati E Claudio Tarricone

Il cielo è plumbeo, l'aria pesante. Approfittiamo delle prime ore dell'alba per catturare la luce favorevole lungo le mura di Fès el-Bali (la vecchia), erette sotto gli Almohadi. Gli effetti cromatici sono ineguagliabili; la luce sembra produrre variopinti giochi di luce che cambiano continuativamente secondo il punto di vista. Fès è la terza città del Marocco ed è la più antica città imperiale del paese, la cui fondazione è attribuita a un discendente del Profeta (Idris I) che la fissò a capitale poco prima della sua morte nel 791. La leggenda narra che lo stesso Idris I diede l'avvio alla sua fondazione con un colpo di piccone: è proprio da ciò che sembra derivi etimologicamente il nome della città (Fès = piccone). Ebbe il suo massimo splendore nel XIV sec. Sotto il regno del sultano merinide Abou er-Rabi (1308-1310) e soprattutto sotto il suo successore Aboud Said Othman (1310-1331). In questo periodo la città si arricchì di numerose testimonianze della civiltà ispano-moresca: fiorirono numerose Madrase e palazzi decorati con marmi pregiati e ceramiche preziose. Ancor oggi la cittadina riveste un ruolo predominante sia come capitale spirituale e religiosa del paese che come città d'arte e artigianato.

Ci inoltriamo nel dedalo di viuzze oscure che caratterizzano l'antica Medina di Fès el-Bali: Ahmed e Adrass ci attendono in prossimità della porta di Bab Boujeloud. La porta è l'ingresso della Medina, smaltata in blu all'esterno (il famoso blu di Fès) ed in verde all'interno (il colore dell'Islam). Attraverso la prospettiva del suo arco si intravedono i minareti della Madrasa di Bou Inania (a sinistra) e della Moschea di Sidi Lezzaz a destra.

Ahmed e Adrass ci vengono incontro e ci salutano con un sorriso gioviale: " Sabah el-Kir" pronuncia Ahmed, il fratello maggiore dei due. Sono due apprendisti tintori che abbiamo conosciuto la sera prima presso i giardini di Place des Alaouites, la grande agorà sulla quale si apre l'accesso principale al Palazzo Reale (Dar el-Makhezen).

I due fratelli lavorano a Chouara, il souk dei conciatori e tintori che si trova ai margini della Medina antica. Ci hanno raccontato, la sera prima con un pizzico di orgoglio, di essere tra i pochi apprendisti ad avere per maestro uno dei più antichi tintori di Fès, Omar, un loro prozio la cui famiglia si tramanda da generazioni l'antica arte dei tintori. Si sono offerti di guidarci nel loro mondo di colori, fatto di pozze variopinte dove quotidianamente centinaia di corpi si addensano all'interno di vasche, immersi fino alla cintola per praticare quell'antica pratica artigianale, da secoli immutata. Oggi è il loro giorno di riposo. Sgattaiolando tra le anguste vie dove si susseguono un'infinità di piccole botteghe artigiane, notiamo variegate e multicolori matasse di lana, che conferiscono particolare vivacità al quartiere; file di musharabija svettano sopra botteghe di hennè, che a loro volta si mescolano con antri di maniscalchi e carpentieri. Ahmed ci conduce verso la Guelfa di Moulay Idriss, nel luogo dove, secondo la leggenda, venne fondata la città: dice che non è possibile venire a Fès senza visitare questo luogo. Le grate della Guelfa sono cosparse di fili multicolori di lana appesi: Adrass ci spiega che tutti a Fès legano questi fili alla grata, poiché, secondo un'antica usanza, in tal modo si avverano i desideri di chi compie questo gesto. Passiamo per il souk delle terrecotte e ci dirigiamo verso place es-Seffarin, da dove, seguendo rue Mèchatine, raggiungiamo il quartiere dei conciatori Chouara. Lo spettacolo che ci presenta ai nostri occhi è apocalittico, da girone dantesco. Vasche di tutte le fogge, rotonde, quadrate, scavate nella nuda terra, nella roccia e riempite di mille colori dove centinaia di corpi umani si agitano immersi fino alla cintola. Un odore persistente aleggia nell'aria; è sgradevole, sa di animali in decomposizione e sembra quasi attaccartisi addosso. Ahmed ci porge delle foglie di menta: è il tradizionale rimedio locale ai forti odori, che si attenuano annusando appunto questi ramoscelli di menta fresca. Uomini e ragazzi di un'età indefinita pestano le pelli nelle vasche; sono a torso nudo o con semplici canottiere, i pantaloni raccolti fino all'inguine. Qui il caldo d'estate è torrido: la temperatura raggiunge i 50/55 gradi al livello della fossa. I corpi si agitano nelle vasche prendendo lo stesso colore del liquido usato per la concia: dal giallo dello zafferano al marrone della cannella, al blu dell'indaco, al rosso della porpora per proseguire con tutte le tinte dell'arcobaleno.

La sostanza delle vasche è densa, nauseabonda, putrida; il fetore che esala dal luogo si espande a tutte le strette via della Madina circostante, ma, cosa ancor più drammatica, sono gli effetti devastanti che il liquido comporta alla pelle degli uomini che si affaccendano come instancabili api nelle celle di quest'alveare umano a cielo aperto. Benché sia l'acqua la materia prima nella preparazione del liquido per la tintura e la concia, per quest'ultima si addensa il composto con calce viva e sterco, provocando, come si può ben immaginare, irritazioni e danni permanenti alla pelle.

Ahmed ci spiega che la conceria si sviluppa in un'area in pendenza per permettere il defluire dell'acqua che finisce nei "Sahrj", le grandi vasche dove si bagnano le pelli e i "Merkel", bacini per il risciacquo. Al loro fianco sono le fosse per la tintura delle pelli. Tutt'intorno, nelle varie terrazze, le pelli vengono messe ad essiccare dopo la tintura e la salatura su entrambi i lati. L'esposizione al sole per circa 3-4 giorni è propedeutica ad una nuova immersione negli "Sahrj". Le pelli cosi ottenute vengono sbattute e tirate per subire i tre successivi bagni di calce: spenta, attiva e viva. A questo punto sono immerse nei "Merkel" dove per tre ore operai colati nelle fosse a piedi nudi le calpestano, lavano e sbattono continuativamente. A questo punto è la volta della "qasriyya", il procedimento che vede le pelli immerse per circa una settimana in escrementi animali ed urine che le conferiscono la consistenza necessaria. Un successivo bagno nella crusca e nel tannino ed infine il lavaggio in acqua pura. Raschiate e strizzate le pelli sono così pronte per la fase finale dell'essiccatura, dove prendono il colore desiderato.

Annusiamo di continuo le foglie di menta, mentre Ahmed prosegue con enfasi meticolosa la sua narrazione sulla concia. Il nostro sguardo va di continuo al terrificante eppur meraviglioso alveare umano che si offre innanzi a noi: quello che a noi può apparire disumano è per loro la naturalezza, la quotidianità, la loro vita, il loro mestiere! Non c'è sofferenza nei volti che osserviamo attoniti: quello che più ci colpisce e che resterà indelebile nei nostri ricordi è il rituale e la dignità che questi lavoratori conferiscono allo svolgimento dei loro gesti.

Quando ci lasciamo con Ahmed e Adrass siamo consapevoli di aver vissuto degli attimi irripetibili, seppur incomprensibili, nella nostra vita. E' l'attimo fuggente che abbiamo assaporato e che occuperà un posto indelebile nel nostro animo, come i volti fieri e nobili dei tintori di Chouara.

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