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storia
l'alluvione che sconvolse Firenze
di Carla Santini

Quaranta anni fa, esattamente nella notte tra il tre ed il quattro novembre, la città di Firenze fu sommersa dalle acque dell'Arno in piena. Fu un'autentica tragedia per un patrimonio storico unico al mondo, mitigata da migliaia di giovani che giunsero da tutta l'Europa per tirare fuori dal fango i preziosi manoscritti ed incunaboli della Biblioteca Nazionale, che erano ubicati nei sotterranei del palazzo, sotto il livello del fiume; furono soprannominati "angeli del fango" e fu veramente grazie a loro se i danni furono minori di quanto avrebbero potuto essere. A quei tempi non esisteva il concetto di Protezione civile, i soccorsi furono esclusivamente a livello di volontariato e per qualche giorno nemmeno il governo si rese conto della gravità della situazione.

L'alluvione fu effetto di una eccezionale situazione metereologica, nonché dell'incuria che tradizionalmente si ha in Italia nei confronti della pulizia degli alvei dei torrenti. Il dramma ebbe inizio il 31 ottobre, quando abbondanti nevicate caddero sulle vette del Casentino, dove nasce l'Arno, e su quelle del Mugello, dove nasce il Sieve, l'affluente più importante.

Nei giorni seguenti le due zone di alta pressione, quella delle Azzorre e quella russa, si spostarono la prima verso nordest e la seconda verso sudovest, fino a raggiungere la Yugoslavia. Tra le due zone irrompeva aria gelida dalla Groenlandia e aria calda ed umida dall'Africa, per cui sull'Italia si venne a formare una situazione di estrema gravità, quasi quella che dà origine ai cicloni.

L'aria calda africana fece sciogliere le nevi e il contrasto tra le due correnti provocò piogge torrenziali. In alcune zone cadde in un giorno un quarto della pioggia media di un anno. L'Arno cominciò a straripare nei paesi a monte della città la sera del 3 novembre ma, stranamente, nessuno pensò di avvisare la popolazione; solo gli orafi di Ponte Vecchio furono allertati non si sa da chi e si precipitarono a mettere in salvo i gioielli.

Dalla mezzanotte in poi fu un continuo susseguirsi di straripamenti dell'Arno e dei suoi affluenti, fino alle 18 della sera, quando il fiume, che in certe zone di Firenze era arrivato ai sei metri d'altezza, cominciò lentamente a rientrare nell'alveo, salvo straripare a sera e durante la notte seguente nelle zone a valle, fino a Pisa.

Le vittime furono quattro, ma potrebbero essere state moltissime se il quattro novembre, anniversario della vittoria nella Grande Guerra, fosse stato, come lo è oggi, un giorno lavorativo. A quei tempi era ancora di festa e per le strade non c'era nessuno, come non c'erano contadini nei campi attorno alla città.

Quando l'Arno si ritirò, le strade di Firenze sembravano fiumi di fango, ma nemmeno questo sembrava impensierire le autorità governative. Furono necessari gli appelli di storici dell'arte di levatura internazionale, di Ted Kennedy e di Richard Burton, che parlò in italiano in un documentario di Zeffirelli che fece il giro del mondo, perché il dramma fosse conosciuto in tutta la sua gravità. Il governo rispose aumentando di dieci lire il costo della benzina, una tassa che ancora paghiamo ma che sicuramente, dopo i primi tempi, non è più andata alla città di Firenze e nemmeno ad una più oculata gestione del territorio, come in questi quaranta anni si è potuto vedere in altre occasioni. Il tessuto economico della provincia si modificò, perché molti agricoltori rovinati dalla piena preferirono riciclarsi artigiani o cedere le proprie terre a piccole imprese industriali.

Molti si chiedono se potrebbe verificarsi un'altra alluvione. Sicuramente, perché per prevenirla è stato fatto ben poco, una maggiore profondità del corso del fiume in corrispondenza dei ponti, un lago artificiale sulla cui validità non tutti sono d'accordo, un po' di pulizia dei torrenti. Ma la Biblioteca Nazionale è rimasta al suo posto, sempre con alcuni locali più in basso dell'argine, nonostante proposte e progetti di spostarla da un'altra parte.

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