Qualcuno ricorderà ancora un'edizione del Cantagiro, alla fine degli anni Sessanta, in cui, regolarmente, la canzone "Lu soprastante", scritta e cantata da Matteo Salvatore, giungeva ad ogni tappa all'ultimo posto, la maglia nera.
Erano gli anni in cui si parlava tanto di musica folk e l'artista pugliese, scomparso a ottant'anni il 27 agosto del 2005, si era lasciato tentare dal partecipare ad una manifestazione estranea al suo pubblico ed alle sue canzoni in dialetto stretto.
In realtà il folk di cui tutti si riempivano la bocca era quello americano e solo in seguito alcuni cantanti avrebbero avuto successo con vecchie canzoni popolari, molto lontane dal repertorio di Matteo Salvatore.
Storica rimane la sera in cui Salvatore si presentò sul palco del Cantagiro vestito da cantante pop ante litteram, cantando un breve ritornello che più o meno faceva così: "Fesso chi mi ci ha mandato, fesso io a venirci, fessi voi che state qui". Da quella sera tornò al suo pubblico di nicchia, lontano dai riflettori della celebrità.
Ma quei riflettori lo cercarono alcuni anni dopo, quando a San Marino fu accusato dell'omicidio di Adriana, la sua amante. Solo dopo quattro anni di galera, grazie ad una colletta, poté assumere un bravo penalista che dimostrò la sua innocenza.
Gli ultimi anni li visse nella completa indigenza, inchiodato ad una sedia rotelle; non bastavano certo i lusinghieri giudizi dei critici a far muovere le vendite delle sue canzoni, autentiche poesie dialettali messe in musica e cantate con l'accompagnamento di una chitarra.
Non è facile dire quali delle sue canzoni siano le più belle, anche perché spesso il gradimento è strettamente correlato alla capacità dell'ascoltatore di gustare la bellezza dei testi, scritti in stretto dialetto foggiano. Si possono ricordare, tra le tantissime da lui composte, "Lu bene mio", "Sempre poveri", "E' proibito" e "Arrucunete".