L'assassinio del giornalista armeno Hrant Dink - direttore ed editore del settimanale bilingue armeno-turco Agos ucciso in pieno giorno mentre usciva dalla sede del suo giornale, nel centro di Istanbul - potrebbe essere stato organizzato dalle cosiddette "forze profonde" che operano nel paese anatolico, proprio quelle più volte denunciate dallo stesso Dink, la cui morte - come è noto - è stata pianta dal primo ministro turco Tayyip Erdogan e dall'intero esecutivo di Ankara.
La versione ufficiale dell'accaduto, quella che di fatto addosserebbe l'intera colpa dell'assassinio ad un singolo squilibrato reo confesso, cioè il diciassettenne Ogun Samast, arrestato a Samsun, sul Mar Nero, non sembra però convincere gran parte della stessa stampa turca che punta il dito contro le "organizzazioni antidemocratiche ultranazionaliste e islamiste operanti nel Paese". Intervistato in proposito, il premier turco Tayyp Erdogan ha dichiarato a Ntv di essere molto soddisfatto della cattura e ha assicurato che sarà fatta piena luce sull'omicidio e su tutte le complicità che lo hanno reso possibile. Quando gli è stato chiesto se gli assassini di Dink possano avere legami con quelli del sacerdote cattolico, don Andrea Santoro, dato che entrambi i delitti sono maturati a Trabzon, Erdogan ha risposto che su questo punto sarà svolta un'indagine apposita. In questi ultimi giorni, anche gli estremisti nazionalisti e islamici, che in passato non avevano mai mancato di insultare e minacciare
Dink, stanno facendo a gara per condannare senza riserve l'omicidio, anche se sempre più pesanti sospetti si addensano sul cosiddetto "Stato profondo", e cioè quell'area grigia di connessioni tra servizi segreti deviati, elementi ultranazionalisti vicini ai "Lupi Grigi", ex ufficiali ed alti burocrati legati a capimafia e gruppi violenti islamo-nazionalisti, che costituiscono una specie di "governo ombra", dotato di forti poteri e in grado di "castigare" senza pietà chi si permette di oltraggiare la "sacralità della nazione turca". I nazionalisti turchi che hanno sempre detestato Dink per avere egli osato definire più volte un "genocidio" i massacri degli armeni compiuti dagli ottomani tra il 1915 e il 1918, cercano in buona sostanza a prendere le distanze dal giovanissimo killer, anche se non sono pochi gli osservatori stranieri a dubitare della loro totale sincerità. A biasimare l'assassinio è stato addirittura il leader dell'ultranazionalista "Unione dei Giuristi", Kemal Kerincsis, nemico
giurato di Dink, il cui legale, Erdal Dogan, ha recentemente rivelato che l'ex generale in pensione Veli Kucuk (coinvolto nel "caso Susurluk" che nel 1966 mostrò al mondo l'effettiva esistenza di sotterranee connessioni tra ultranazionalisti, mafia, gruppi terroristi, denominati appunto "Stato profondo" ) avrebbe minacciato più volte per telefono Dink, assistendo a tutte le udienze dei processi a carico del giornalista turco armeno. Comunque sia, l'assassinio di Dink ha spinto gran parte dei giornali anatolici a titolare le prime pagine in maniera molto forte, facendo riferimento senza mezzi termini ad un vero e proprio "attacco contro la democrazia turca" ed hanno alluso ad una possibile strategia della tensione di cui l'omicidio Dink potrebbe essere solo il primo passo. Non a caso, i quotidiani hanno fatto riferimento alle tensioni create in vasti strati della società turca dal partito islamico AKP accusato di non rinunciare a fare eleggere il prossimo mese di maggio il nuovo capo dello
Stato dall'attuale parlamento (in scadenza a novembre). Lo stesso premier turco, Tayyip Erdogan, è ufficialmente il principale candidato dell'AKP che tuttavia punterebbe all'elezione di un altro suo esponente, ad esempio l'attuale ministro della Difesa, Vecdi Gonul. Stando ai media turchi, se il partito islamico dovesse conquistare anche la presidenza della Repubblica, ciò configurerebbe un vero e proprio "colpo di stato legalizzato" che potrebbe comportare un possibile declino e forse la fine della Turchia laica creata da Kemal Ataturk, alla quale sia gli esponenti dello "Stato profondo", sia i militari turchi si dichiarano assolutamente fedeli.