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editoriale
un mercoledì nero dei "rossi-rossi"
di Ada

Chi segue anche un po' la politica italiana, quasi del tutto incomprensibile per gli stranieri, non potrà dimenticare il mercoledì nero ( 14 febbraio dell'anno domini prodiano) in cui gli estremisti di sinistra hanno affossato al Senato il loro Governo. Sono bastati i voti di due irriducibili comunisti, uno dei quali addirittura troxista, per mandare a carte quarantotto l'ambizioso e "discontinuo" programma di politica estera del ministro Dalema. Si sa com'è finita, con le dimissioni di Prodi e del Governo e con il nuovo rinvio alle Camere del Presidente del Consiglio e dell'intero ministero. Poi è arrivato Follini e con lui la nuova fiducia del Senato allo stesso Governo in un certo senso già sfiduciato nel "mercoledì nero". Cerchiamo prima di capire come può essere successo e perchè si è verificato il capitombolo a Palazzo Madama. I due rossi-rossi non per caso hanno votato no a Dalema nonostante quella spruzzatina d'antiamericanismo che pur traspariva dal suo discorso: sono, infatti, rimasti incollati a trenta anni fa quando alle Camere si discuteva di euromissili antisovietici installati in Italia e con la battaglia parlamentare perduta sonoramente dall'allora PCI. Erano giovani e decisi e tali sono rimasti. Tutto ciò può ancora verificarsi in un prossimo qualsiasi giorno da qui a cinque anni. Come in altri partiti, posti prestigiosi di senatore e deputato sono stati offerti tranquillamente a personaggi delle più diverse specie con lo speranza di rimpinguare le proprie magre opportunità elettorali. In Parlamento ormai c'è di tutto: dai noglobal ai pacifisti senza se e senza ma, dagli ex comunisti stile Berlinguer al troxista appunto, dagli ex democristiani ai postdc che sembra difficile classificare, tutti o quasi si autodefiniscono liberali, anche se i veri liberali sono assai pochi e comunque sono decisamente divisi tra i due schieramenti di destra e di sinistra. Si pretendeva però di ridurre a due soltanto (come nei maggiori Paesi democratici ) gli schieramenti per favorire la governabilità ed invece si è arrivati al punto che i partiti effettivamente presenti in parlamento sono ormai una ventina. Per di più anche i singoli (tipo Follini, Rossi, Pallaro (chiamato il "tanghèro" ovviamente derivato dal ballo argentino), Turigliatto il troxista e via dicendo si sono messi di mezzo. Addio bipolarismo si è detto. Il troxista è stato "sospeso" dal suo partito (Rifondazione Comunista) per due anni e lui si è detto pronto a votare prossimamente come gli pare. Gli è andata bene, perché la sua "icona" sovietica fuggita in Messico dalle ire di Stalin fece una brutta fine a picconate. Quanto a Follini non sappiamo: certo i suoi elettori di centrodestra non lo perdoneranno facilmente, anche se in molti in questo schieramento hanno tranquillamente esclamato "era ora", nel senso che ormai non può fare più danni almeno a loro. Quanto ai senatori a vita, basta dire che, a dir poco, sono apparsi questa volta un po' disorientati e divisi. Meglio così. Certo quest'individualismo trasformista o barricadiero deriva anche dalle personali convinzioni di ciascuno, ma anche dall'invereconda legge elettorale che ha consentito l'ingresso alle Camere di tanti personaggi più che discussi e inattendibili: abolite le preferenze, tutto è stato deciso dai vertici dei partiti, senza primarie o almeno indicazioni dalla base. In certi casi addirittura " una pattuglia di soubrette e portaborse servili ha soppiantato valenti uomini politici capaci di rappresentare istanze e interessi reali della popolazione". Tanto peso dunque agli estremisti e l'autorizzazione ai trasformisti e agli opportunisti di tradire gli intenti e la volontà di chi ha dato il proprio voto anche se purtroppo limitato al simbolo del partito. Come andrà a finire? Male. Qualunque sarà la fine di questo Governo (se cadrà prima o al termine della legislatura) rimarrà il problema della riforma elettorale di cui tutti parlano. Abbiamo però il sospetto che ben pochi, o nessuno dei vertici dei partiti rinuncerà al "sequestro" del diritto dell'elettore di scegliersi il proprio diretto rappresentante in Parlamento ( buono o mediocre che sia) e che possa essere chiamato a rispondere delle sue scelte anche se colpito da una crisi di coscienza dell'ultimo minuto. Vale molto però un'intervista dell'attuale ministro dell'Interno, Giuliano Amato con una sua precisa presa di posizione. Ecco cosa ha detto: "E' possibile che io non mi presenti più alle prossime elezioni, ma è certo che non mi presenterò mai più di fronte agli elettori sapendo già di essere eletto". Nella sostanza Amato sostiene che bisogna restituire ai cittadini la scelta degli eletti, oltre alla scelta della coalizione di governo.

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