Sono quelli di prima nomina
e non hanno maturato ancora
la "pensione"
Andremo a votare nella prossima primavera per le politiche? Non lo sappiamo, ma abbiamo
molti dubbi in proposito. Lo abbiamo spiegato in precedenti occasioni: mille
parlamentari eletti ( o meglio nominati dai vertici dei partiti con i "mezzi"
straordinari forniti loro dalla scombiccherata legge elettorale in vigore) non se ne
tornano tanto facilmente a casa soprattutto se sono di prima nomina e non hanno superato
quindi la fatidica soglia dei due anni e mezzo per poter ottenere il "vitalizio" o
pensione che sia. Quanti sono? Tanti. Il Servizio prerogative e immunità di Montecitorio
informa che gli eletti per la prima volta alla Camera sono 300, ma bisogna sottrarne 27
che sono stati in passato eletti al Senato. Ne rimangono perciò 273 appartenenti a tutti
i gruppi. Oltre il 40 per cento dei deputati rischierebbe perciò di perdere tutte le
indennità in corso e per di più anche il vitalizio che abbiamo citato se si andasse a
votare prima dell'ottobre 2008: Diteci voi se con tutta tranquillità ciò potrà accadere,
anche se molti degli interessati potranno tornare a Montecitorio con le nuove elezioni.
Con questi chiari di luna e con il giudizio dell'opinione pubblica non certo benevolo
sulla "casta" dei politici, i nostri dubbi su elezioni imminenti divengono quasi
certezze. Non si giudichi questo un discorso qualunquista o generico e tanto meno
offensivo per tutti o per qualcuno: si tratta di considerazioni su desideri e
aspirazioni personali più che comprensibili e in qualche modo legittimi. Abbiamo tutti
famiglia, si dice. Insomma chi chiede le elezioni subito, s'illude. Prima della
primavera 2009 non se ne parla. E non perché i 273 deputati e buona parte dei senatori
siano in grado di bloccare tutto. Sono però un "gruppo" di pressione non indifferente,
anche se in ultima analisi la decisione finale spetta al Capo dello Stato. Se non si
presenterà, perciò, una situazione istituzionale gravissima, la legislatura andrà
avanti. Come, sarà da vedere. Guardando i precedenti, solo in due occasioni le Camere
furono sciolte dopo due anni, per otto volte le scadenze dei cinque anni furono
rispettate, per tre volte le assemblee andarono avanti per quattro anni ed una per tre.
Le crisi più gravi, quelle dei due anni, riguardarono situazioni particolari. I
correntisti bancari ricorderanno il prelievo forzoso che subirono con Amato a causa
della grave emergenza della lira (nel '92) e altri la nomina di Dini (nel '94) con la
caduta del primo governo Berlusconi.
Si rischia però di andare a votare lo stesso nella prossima primavera, ma soltanto per
il referendum sulla legge elettorale, in mancanza di una modifica parlamentare di quella
ora in vigore che nessuno vuole mantenere in vita così com'è. Ma non c'è alcun accordo.
Abbiamo ascoltato o letto i dibattiti sull'argomento: molti hanno l'impressione che i
vertici dei più forti partiti dei due schieramenti non sarebbero proprio contrari a
lasciare la decisione agli elettori, con i rischi del caso perché chi dovesse vincere
l'elezioni successive con le modifiche previste dai quesiti referendari, si prenderà
"tutto" e lascerà ai partitini le tasche vuote, ma soprattutto agli avversari quasi
niente e potrà perciò governare cinque anni in tutta tranquillità. Veltroni e Berlusconi
correranno questo rischio? Saranno poi loro due a sfidarsi all'"ultimo sangue"? Tutti
interrogativi leciti, ma intanto...