L'incalzare degli avvenimenti a volte impedisce di guardare le cose con il giusto distacco e si è tentati anche di scandalizzarsi per le notizie che si leggono e si ascoltano ogni giorno, ma poi, a mente fredda, ci si accorge che nulla cambia e nulla può cambiare nel nostro allegro Paese.
Un nomade viene arrestato per un delitto efferato e subito un senatore rifondarolo si premura di andare a visitarlo in carcere. Assolutamente legale, è nelle facoltà dei parlamentari di constatare come vengano trattati i detenuti e quindi l'onorevole non ha fatto che esercitare un proprio diritto. Il senatore in questione di nome fa Salvatore e dunque, nomen omen, deve salvare e redimere; di cognome fa Bonadonna (il cognome si tramanda da secoli di padre in figlio).
Nella stesso giorno un importante esponente dell'opposizione va a visitare la zona di Tor di Quinto, teatro del delitto, e viene immediatamente accusato di "sciacallaggio" e "strumentalizzazione", mentre il responsabile del Dicastero dell'Interno si dichiara "sorpreso e amareggiato" dalla visita (non quella di Bonadonna).
Colui che, al momento in cui scriviamo (ma non sappiamo per quanto) regge i destini d'Italia, ha dal suo canto affermato, nell'occasione, che "la grande responsabilità di queste politiche è del governo precedente", come dire che gli italiani hanno le fette di mortadella (pardon, di salame) davanti agli occhi e possono ascoltare certe amenità senza ridere di gusto. Il degrado di Roma è cosa di cui i primi responsabili sono gli amministratori capitolini e il primo cittadino è al suo secondo mandato (la responsabilità, in questo caso, non è sua, ma dei suoi elettori).
Il degrado di Roma è sotto gli occhi di tutti; lavavetri prepotenti con donne e anziani, mendicanti molesti, sporcizia, cassonetti per la raccolta differenziata in cui è quasi sempre problematico gettare alcunché perché sono sempre pieni, un centro commerciale, forse il più grande d'Europa, costruito, insieme ad un intero quartiere, con vie d'accesso che risalgono allo Stato Pontificio (ma la via di Vigne Nuove segue il percorso dell'antica Valle Melaina degli etruschi). Neppure a parlare di gallerie di servizio in cui porre tutti i cavi delle varie utenze, per cui ogni impresa, acqua, gas, luce, telefono, sfascia e rattoppa le strade ad ogni piè sospinto. Questa è la Capitale di un Paese che fa parte del G8.
Cinquant'anni fa, il 3 novembre 1957, moriva Giuseppe Di Vittorio, Segretario Generale della CGIL. Era un contadino di Cerignola, nel profondo Sud, forte e duro come sono molti contadini: un uomo vero. Vedere certi politici di sinistra di oggi che, col ditino alzato a sottolineare, promettono sicurezza, varano pacchetti di misure "ineludibili", chiedono aiuto all'Europa e alla polizia rumena (speriamo almeno che i poliziotti giunti a Roma siano ex appartenenti alla vecchia Securitate di Ceausescu, almeno saranno tosti) più che ridere ci fa sghignazzare.
Loro virilmente a promettere sicurezza, con i loro minacciosi ditini alzati, mentre i loro compagni di cordata si preoccupano della tranquillità in carcere dei detenuti per delitti efferati, vorrebbero che per i fatti di Genova si indagasse solo l'operato della polizia, si adoperano per l'abolizione della legge sull'immigrazione e ritengono, in pratica, che un apparato di sicurezza efficiente sia cosa da sceriffi (primo novembre, stesso giorno della morte di Giovanna Reggiani, editoriale e articolo di taglio alto sulla barbara uccisione di Tor di Quinto, di "Liberazione", organo di Rifondazione Comunista).
A pensarci bene, non si capisce cosa ci sia da ridere.