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speciale Carlo Goldoni
un maestro vivo e vitale
di Carla Santini

Il 25 febbraio del 1707 nasceva a Venezia Carlo Goldoni. La Folla del XXI Secolo, nell'occasione di questo terzo centenario, non ha voluto scrivere nulla in proposito nel numero del mese di febbraio, nella convinzione che ci sarebbero state valanghe di articoli, pubblicazioni, convegni, tavole rotonde in tutta Italia. A distanza di qualche mese, sul finire dell'anno dobbiamo constatare che non è accaduto nulla di tutto ciò.

Sicuramente non si è trattato di una scelta voluta, come quando nel 1963, in occasione del primo centenario della nascita di Gabriele D'Annunzio, l'unica manifestazione importante fu un convegno i cui relatori non fecero altro che parlar male del poeta; ma allora si trattò di una scelta ideologica ben precisa. La valanga di ricordi che ci si aspettava dovesse riversarsi sui media italiani per Goldoni comunque non c'è stata. Il commediografo meritava sicuramente maggior spazio di quanto ne abbia avuto.

Goldoni rappresenta degnamente l'Italia nel contesto della storia del teatro mondiale. Il nostro Paese non ha molto da offrire in questo campo, e non per mancanza di genialità. Se non abbiamo uno Shakespeare è perché i nostri autori cinque-seicenteschi componevano scenari per la Commedia dell'Arte, lasciando ai comici la scelta delle battute, o scrivevano libretti per le prime opere liriche, adattando le parole alle esigenze dei compositori. Autori come Alfieri non escono dai binari dell'opera composta per essere letta, mentre si sa che, per funzionare in teatro, un testo deve essere scritto quasi con gli attori davanti.

È per questo, quindi, che Goldoni, che riformò il teatro italiano prima di Pirandello e molto di più dell'autore dei "Sei personaggi in cerca d'autore", avrebbe meritato una ben diversa mole di commemorazioni.

E' lapalissiano che non si possa pretendere di sintetizzare un monumento della letteratura nel ristretto spazio di un articolo; in primo luogo va però sottolineato che se oggi Carlo Goldoni è unanimemente considerato al di sopra di ogni discussione, non sempre la sua fortuna tra i critici è stata costante.

Il grande Silvio D'Amico tacciava il realismo del commediografo di artificiosamente ricostruito, come se l'autore delle "Baruffe chiozzotte", dei "Rusteghi" e della "Famiglia dell'antiquario" avesse ricostruito in scena un mondo bonario che stava solo nella sua mente. Sempre il D'Amico, parlando della "Locandiera", commedia modernissima in cui con Mirandolina viene seppellito definitivamente il tipo dell'Innamorata della Commedia dell'Arte, afferma che la fortuna di questo lavoro nel Novecento si doveva essenzialmente al fatto che viveva solo nel repertorio delle filodrammatiche, sempre carenti di attrici, per cui una sola donna in scena sopperiva alla mancanza di un cast femminile adeguato. Il che, senza dubbio, era anche vero, ma non per questo la commedia andava stroncata e considerata un'opera minore. Grazie, quindi, alle compagnie amatoriali se, nel novero della sterminata produzione goldoniana, hanno mantenuto sulle scene una commedia oggi considerata un capolavoro al di là di ogni distinguo.

La Venezia che emerge dalle opere di Goldoni è una Venezia vera, tutt'altro che artificiale. Il mondo borghese che ne emerge con la sua vividezza è un mondo reale; se la Repubblica aveva già in sé i tarli che la portarono a cadere con la spallata napoleonica era colpa di istituzioni oligarchiche che ritenevano le proprie leggi immutabili, non certo per colpa di un ceto mercantile che svolgeva con competenza il proprio compito.

Del fatto che "le leggi della Repubblica sono immutabili" parla proprio Goldoni nelle sue Memorie, da molti definite un'ulteriore grande commedia tra le tante. Il Re di Francia, ancora inconsapevole della bufera che di lì a poco stava per arrivare, avrebbe gradito che Venezia mantenesse il suo ambasciatore a Parigi dopo i cinque anni canonici di mandato, ma Venezia preferì fare uno sgarbo allo Stato più potente d'Europa che un piccolo strappo alla propria normativa.

Per venire alla riforma teatrale goldoniana, da qualcuno accusata di procedere a singhiozzo e dichiarata tale solo a posteriori, nelle Memorie, è indubbio che di grande riforma si sia trattato. Prima di Goldoni c'erano le Maschere, i tipi fissi, le battute a soggetto che dopo duecento anni avevano perso tutta la loro prorompente vitalità; dopo di lui un nuovo teatro italiano.

Il fatto che la riforma non sia entrata a gamba tesa, ma sia avvenuta a piccoli passi si deve proprio al fatto che Goldoni era uomo di teatro a tutto campo, attento a non contrastare troppo i gusti del pubblico pagante e spesso aduso ad adattare i suoi lavori alla consistenza delle compagnie.

Anche Pirandello, d'altronde, ha nel suo repertorio commedie strutturate su modelli non nuovi e quando presentò i suoi "Sei personaggi" dovette essere scortato alla macchina da una squadra di giovani entusiasti. Fu proprio in quell'occasione che la figlia incontrò gli occhi seduttori di un giovane diplomatico cileno, fanatico pirandelliano, con il quale si sposerà.

Gli ultimi mesi di vita di Goldoni sono noti a tutti, ma non è inutile ricordarli. Travolto dalla Rivoluzione francese, vide, vecchio e malato, revocata la sua pensione reale. Quando il deputato Marie-Josef Chenier, fratello del poeta André, andò a casa sua per consegnargli il decreto con cui la Convenzione gli restituiva la pensione lo trovò già morto. Il cittadino Chenier provvederà poi a far deliberare una pensione per la moglie.

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