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come don Falcuccio
di N. P.

Recentemente una rilevantissima Azienda operante nel settore bancario on-line, trading e rivelatasi anche un’eccellenza nel servizio di consulenza finanziaria e nella gestione globale dei patrimoni ha avviato una propria attività di costruzione e gestione di prodotti finanziari nel campo dei fondi comuni d’investimento. La novità è che a capo dei team ci sono persone di provata esperienza, cioè gente che ha vissuto e dovuto gestire almeno un paio di “crisi”. Sono stati lasciati negli spogliatoi ingegneri rampanti e matematici appena usciti dalle migliori università, perché quando il gioco diventa veramente duro è il momento solo di chi ha esperienza.

Nei miei 45 anni di attività ho vissuto molte crisi finanziarie e dovuto gestirne alcune, che purtroppo sono state le più dure del secolo, almeno fino a questo momento. Pessimista? No, prudente: perché ogni volta che si è vista “la luce in fondo al tunnel” si è sperato che fosse finita per sempre, ma il “mostro” si ripresenta sempre più brutto. L’amarezza è quella di dover riconoscere che il mostro per un lungo periodo si era già manifestato, che i segnali c’erano stati e che i danni si sarebbero potuti contenere, anche se evitarli del tutto è impossibile. Il segreto è quello di approfittare quando c’è vento in poppa e non esporsi inutilmente, senza vergognarsi di “prendere qualche mano di terzarolo alle gabbie” anche quando c’è soltanto nell’aria il profumo della tempesta e solo i marinai esperti, o quelli ben informati, sanno da dove viene e quanto sarà potente.

Tornando con i piedi per terra ho potuto valutare nel concreto quanto possa essere vantaggioso per il contribuente italiano avvalersi della così detta terza colonna del così detto sistema previdenziale del Belpaese. Essendo passati solo 17 anni circa dall’introduzione degli ormai ultra pubblicizzati FIP, quelli che sono arrivati alla possibilità di trasformazione in rendita o liquidati sono veramente pochi, anche per effetto dell’allungamento dell’età pensionabile. Quindi, visto il breve lasso temporale e l’esiguità della cifra massima accantonabile usufruendo della detrazione fiscale, è difficile che la rendita vitalizia superi il 50% dell’assegno minimo. La diretta conseguenza è che ci si trova a considerare gli effetti solo su liquidazioni e a dover aspettare per valutare l’effetto fiscale sulle rendite vitalizie. Il risultato finanziario è fuori discussione per la tipologia stessa dell’investimento, risultati che al netto delle spese di gestione superano agevolmente il 60/80% del capitale medio investito.

La soddisfazione provata al momento della richiesta di liquidazione lascia il posto alla sorpresa ed alla meraviglia quando il contribuente previdente, “quello che ha, da subito, capito che ormai per la pensione ci deve pensare da solo” riceve la contabile della liquidazione. In quel preciso momento scopre l’articolo 10 del D.lgs 47 del 18/02/2000 e l’art. 14 del D.lgs 252 del 5/12/2005. Che nel caso che ho potuto esaminare ha rappresentato un prelievo del 41,77% del risultato finanziario, del 12,96% del montante e del 18,80% del capitale investito. In un primo momento avrei voluto virgolettare il testo dei due articoli di legge, ma poi ho optato e deciso di evitarvi un inutile mal di testa. Il contribuente alla fine deve rinunciare ad una bella fetta del risultato dei propri sacrifici, con buona pace per i rischi corsi.

È pur vero che fa parte del capitale investito una percentuale tra il 23 ed 43 per cento che è stata dedotta dal reddito imponibile con un massimo di 5164 euro annui. A conti fatti, analizzando un caso concreto, non disponendo degli importi dedotti negli anni, possiamo solo avanzare delle ipotesi e precisamente: nel caso si sia dedotta l’aliquota massima (43%) lo Stato si sarebbe ripreso il 43,72% dello sgravio fiscale, mentre se si fosse dedotta l’aliquota minima (23%) lo Stato si sarebbe ripreso l’81,75% dello sgravio fiscale operato negli anni a seguito della deduzione.

Conoscere il sistema fiscale e previdenziale di alcuni importanti Stati Europei non fa altro che aggravare il sentimento di sfiducia che giustamente affligge gli italiani. Ma questa è tutta un’altra storia.

articolo pubblicato il: 29/07/2018

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